Umberto Casadei
     
    Note "istituzionali" attorno al "Suicidio di Angela B."
  I testi che leggerò sono estratti da "Il suicidio di Angela B.". Un malloppo di circa cinquecento pagine. Il suicidio di Angela B., di Umberto Casadei, che sono io, edito da Sironi (qui rappresentato da g.m.), contiene in effetti un eterogeneo assemblato di testi dal titolo: "Il suicidio di Angela B.". "Il Suicidio di Angela B.", contenuto nel "Sui-cidio di Angela B.", di Umberto Casadei, per l'Editore Sironi, ha come autore il diciottenne Gianni Dezanni, e come editore il Monopolio. (Angela B. e Gianni Dezanni, sono compagni di classe). Il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, edito da Il Monopolio, ospita, oltre ai testi di Gianni Dezanni, anche testi di altri autori - com-pagni di classe, genitori, altre persone. Curatori del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, sono due editor della casa editrice Il Monopolio. A loro si deve l'assemblaggio del libro di Gianni - il suo assetto formale.
     
    Dentro e fuori
  Il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, ha un dentro e un fuori. Anche "Il Suicidio di Angela B.", di Um-berto Casadei, ha un dentro e un fuori. Il dentro del Suicidio di Umberto è fatto dal dentro e dal fuori del Suici-dio di Gianni. Mentre il fuori del suicidio di Gianni è fatto da Umberto più voi, il fuori del suicidio di Umberto è fatto da voi meno Umberto. Il dentro del suicidio di Umberto è più grande del dentro del suicidio di Gianni. E viceversa. (La faccenda sarebbe un po' più complessa. Non mi pare il caso).
     
    "Il suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni - dentro.
Una partizione quantitativa.
  A. Il settanta per cento.
Il fulcro del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, è costituito da due lunghi testi scritti da Gianni Dezanni: "Il suicidio di Angela B.", sottotitolato dai due editor: "Le Ore". "Lettera prefatoria posticipata al Suicidio di An-gela B.", sottotitolata dai due editor "Le Giornate".
Prima ora, seconda ora, terza ora, e ricreazione - ossia "Le Ore" - sono intervallate da articoli di Giornale. Gli ar-ticoli di giornale si distinguono in articoli cronaca, di commento, interviste. Anche la "Lettera" è divisa in parti - "Giornate", appunto - intervallate da altrettanti articoli di giornale. La collocazione degli articoli di giornale è stata operata dei due editor e del padre dei Gianni.
"Le Ore" e "Le Giornate", assieme ai relativi articoli di giornale, occupano circa il 70% dello spazio del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni.
B. Il trenta per cento.
Quanto al rimanente trenta per cento, i contributi quantitativamente più ingenti sono:
La "Postfazione" ai testi di Gianni, di Rinaldo Qualcosa, uno dei due editor del Monopolio. La "Coda" ai testi di Gianni, cioè un racconto di Pier Giorgio Izza, compagno di classe di Gianni e di Angela.
B. 2. La cornice, l'architrave e gli altri contributi a statuto speciale.
All'interno del trenta per cento, c'è poi un gruppo di contributi, per così dire, a statuto speciale.
B.2.a. La cornice.
Si tratta anzitutto di una selezione di e-mail che gli editor del Monopolio, Mario Parecchio e Rinaldo Qualcosa, si sono scambiati durante la gestazione del Suicidio di Gianni.
Tutto il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, può essere letto come uno scambio di e-mail con relativi do-cumenti allegati. Lo scambio di posta elettronica fra i due editor costituisce la cornice del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni.
Il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, si apre con una raffica di e-mail di Mario Parecchio a Rinaldo Qualcosa. Una seconda raffica è collocata fra "Le Ore" e la "Lettera". Una terza raffica, fra il contributo di Pier Giorgio Izza e la postfazione di Rinaldo Qualcosa. La cornice, in effetti, più che a una cornice, somiglia a un doppio arco (o, semplicemente, a tre colonne).
L'architrave rimane immaginario.
B.2.b. I contributi a statuto speciale.
Negli scambi epistolari fra i due editor si fa sempre riferimento agli allegati. Nel primo scambio epistolare, Mario Parecchio propone al collega Rinaldo un tentativo di "assemblato", che gli spedisce in allegato. Fino alla fine de "Le Ore", si può tranquillamente ritenere che ciò che si è letto, rappresenti, appunto, la proposta di assemblato fatta da Mario a Rinaldo.
Le cose in seguito si fanno più delicate.
Il secondo e il terzo scambio elettronico (la seconda e la terza colonna) fanno riferimento a altri allegati. Si tratta di: un tema di una compagna di classe di Gianni, Piergiorgio e Angela. Una lettera al direttore del giornale locale, da parte di un protagonista "dimenticato" della vicenda di Angela: l'uomo che di Angela raccolse le spoglie. Una lettera della madre di Gianni Dezanni all'editor Mario Parecchio.Un testo in cui si spiegano alcune faccende tec-niche, approvato dalla collettività degli autori dei testi e da alcune persone citate nei testi, a firma: Artefice.
Tali contributi, benché segnalati nelle e-mail come allegati, o almeno, nelle stesse richiamati quali possibili contri-buti futuri al "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, non sempre sono collocati immediatamente a seguire. Benché annunciati dalle e-mail, hanno come requisito una certa fluidità. Sono, insomma, situati "strategicamen-te".
Il testo collettivo a firma dell'Artefice tenta di rendere conto, fra l'altro, anche di ciò.
B.2.c. L'architrave.
L'architrave immaginario, analogamente a una sorta di carrucola teatrale, ridisloca virtualmente i suddetti contri-buti, per altro diacronici, rispetto alla redazione (quando Gianni ha scritto) e ai tempi narrativi (quando sono ac-caduti i fatti di cui Gianni scrive) dei testi di Gianni.
L'architrave immaginario, con la sua carrucola, implica che tutto il suicidio di Gianni, una volta passata la colonna centrale della cornice, torni a uno stato di virtuale fluidità.
Superate "Le Ore", passato il secondo scambio epistolare, tutti i contributi, e nondimeno, gli stessi testi dell'auto-re, assumono i requisiti dello statuto speciale. Con effetto retroattivo.
C. Dettagli.
Vi sono poi contributi di minore entità.
I Fiori: sorte di web-omaggi funerari.
Tre necrologi.
Un referto tipo coroner.
Il testamento di Angela.
    Il Suicidio di Angela B., di Gianni Dezanni - fuori.
Partizione qualitativa (& fumistèrica).
 
In realtà, l'ubicazione della prima colonna della cornice, dopo la pagina dedicata all'indicazione della collana, del direttore di collana e dell'editore (Viaggi; Mario Parecchio; Monopolio), e prima del frontespizio del libro, è già, in qualche modo, esterna al Suicidio di Gianni. C'è tuttavia un'esternalità ulteriore.

A. Discariche da attraversare.
All'ingresso de "Il suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, e all'uscita de "Il suicidio di Angela B.", di Umberto Casadei, si perviene attraversando due testi. Si tratta di due frammenti monologanti, senza capo né coda definite. Aventi cioè termine abrupto e inizio caratterizzato da minuscole e frasi subordinate. In materia di attribuzione - chi ne è l'autore? Chi è il collocatore? - presentano un alto tasso d'ambiguità. Di mescolamento. Meglio ancora: d'inquinamento. Potrebbe trattarsi di due discariche.
B. Cornice (reprise) .
Anche la prima colonna della cornice del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, si sporge, se così si può di-re, dall'agglomerato dei testi che lo formano. Ciò a differenza delle altre due colonne, che vi sono immerse. Essa, benché situata prima del frontespizio de "Il suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, è ancora interna al libro dello stesso. Formalmente, lo istituisce (lo informa).
B.1. Cornice: istituzione formale.
Si tratta di un processo di istituzione formale. Nel corpo del testo altre forze, preesistenti, spingono e contro-spingono; rastremando e disgregando.
Come fonte normativa, la cornice genera un'illusione. O un'allusione. A un ordine.
B.2. Sterilità delle discariche.
Le due discariche non hanno alcuna funzione istitutrice.
La cornice, chiamata in esistenza dalla crisi-conflitto di materiali preesistenti, genera ulteriori materiali. Viceversa, le discariche partecipano della forma, come tutto il resto. Sono forma. Ma non mettono ordine, né hanno potere generativo.
C. Valore testimoniale delle discariche.
Anche il dentro del Suicidio di Gianni non è scevro di casini e zozzerie. Ma laddove le zozzerie del dentro pos-siedono, al limite, valore di indiziario & probatorio (del fallimento o della latente fallacia dell'ordine) le discariche esterne hanno valore, in un certo senso, testimoniale. L'ordine illusorio del dentro è stato prodotto. Ha consuma-to risorse. Ha implicato il pagamento di un prezzo. Ha dato luogo a scorie e fallimenti generativi.
C.1. Nel ventre di Gianni.
Nel ventre di Gianni, il seme, la gittata, il desiderio da cui lui viene - buttato e recuperato. La lingua, poi sua, non ancora lavorata. Pur nella loro zozzeria questi stadi intermedi hanno dignità e bellezza. Come aborti, somigliano a preghiere.
C.2. Io - da fuori.
Da un punto di vista completamente esterno, sia al Suicidio di Gianni, sia al Suicidio di Umberto - prospettiva a me momentaneamente preclusa, tranne che per mistica (il mio lavoro non è terminato) - i testi delle discariche non costituiscono, integralmente, finzioni.
D. Ubicazioni.
Così come le colonne della cornice, le discariche iniziano rigorosamente alla pagina sinistra. Aperta la copertina, girata la pagina con indicazione della collana, del curatore di collana e dell'editore (Indicativo presente, giulio mozzi, Sironi), visti sul suo retro le specifiche di produzione, distribuzione, diritti d'autore, eccetera, c'è una pagi-na bianca.
Sul retro della pagina bianca destra, cioè a sinistra, ha inizio la prima discarica. Esterna al Suicidio di Gianni, in-terna al Suicidio di Umberto.
La seconda discarica si trova dopo la pagina relativa all'elenco dei titoli e degli autori editi da Il Monopolio, nella collana I Viaggi, a cura di Mario Parecchio (seguita dalla facciata con la notazione: "finito di stampare il…"), e prima delle identiche pagine Sironi.
E. Interfacce.
Dal punto di vista del Suicidio di Umberto, la pagina che indica collana, curatore, editore del Suicidio di Gianni (Viaggi, Mario Parecchio, Monopolio), recante sul retro le specifiche di produzione, distribuzione, diritti d'autore, eccetera, costituisce una sorta di interfaccia. Si tratta di una pagina di narrativa, per Umberto. Non per Gianni, Mario, Rinaldo e tutti gli altri. La precedente pagina, identica, indicante collana, curatore, editore (Indicativo pre-sente, giulio mozzi, Sironi), recante sul retro le debite specifiche, non può costituire un'interfaccia.
A meno che tutto, tutto ciò che accade, adesso, in questo momento, non sia in realtà che…
Mah.
     
  Il suicidio di Angela B. - prima ora
 
Fotte proprio un cazzo, eh?, sussurrava Faggiulo, vedendomi testicolare col sorrisetto di quando facciamo stronzate. Era ancora incazzato per prima, entrando in classe, che non l'avevo cagato, ma con gli occhi acquosi e la bocca in virgola, rideva anche lui. Era un tranello, tranquillo e con perversione aggiuntiva, pensavo, tant'è la capocchia zincata della tele da polso occhieggiava da sotto il suo gomito. Ma anche se capivo che si trattava di un'imboscata, ossia che Faggiulo, provetto congiurato, intendeva intendersela, cioè farmi ridere per poi smerdarmi al kilo, non riuscivo a reagire.
Faccia di merda…
Silenzio per piacere!, diceva un accoglienza. E sollevando gli occhiali da sole per guardarci meglio, ribadiva che la Bidelli sarebbe stata in aula entro pochi minuti, che per via dei giornalisti la situazione era delicata e, rivolto a tutti, che cercassimo di dimostrarci maturi.
Faggiulo, guardandomi nell'orologio, dissentiva.
Allora provavo a pensarci alla Burzo, perché ci si doveva pensare no?, ma al posto della sua immagine vedevo soltanto una grande nuvola grigia, la grande nuvola di smog e nebbia della quale come i giornali avevano scritto, in modo brutto e criticato da tutti, tuffandosi nel traffico dell'ora di punta, aveva cercato l'abbraccio. Quest'immagine della Burzo che si tuffava dal cavalcavia dentro una nube che non lasciava vedere niente, e questo niente grigio torbido che l'abbracciava, e lei che ci si buttava dentro come una bungee senza corda, e l'idea dello schianto cieco e di tutti gli altri schianti poi succeduti, delle macchine che l'investivano facendola rollare come una palla di pezza in un flipper d'asfalto ghiacciato mi dava i brividi e mi faceva digrignare ancor più, inoltre dovendo appunto essere verificato, con questa disgrazia della Burzo non sapevo come la mattinata sarebbe andata finire, sennonché, manco dirlo, già m'immaginavo di utilizzarla, la disgrazia, per fini stronzi, cioè per scamparla, ben sapendo che era comunque tutto inutile, perché se continuava così, e ero certo sarebbe stata dura non continuasse così, ossia che la nausea esistenziale da studio finisse a breve, la prossima volta mi sarei trovato esattamente nella stessa situazione, perciò mi rendevo conto quanto vani oltre che stronzi fossero questi pensieri. Questi pensieri però giravano e giravano, velocissimi, vorticosissimi, le eliche mentali li sparavano ovunque, fuori dalla testa dentro il sangue, a ronzo come corrente, incasinandomi in particolare lo stomaco, costringendolo secernere inacidire, e proprio non la smettevano più!
Col mio tamiso di chiocciole asterischi e con il penalty rimediato a settembre proprio in Italiano, un guaio prendere subito una scimmia o un asino, pensavo, con una professoressa nuova, malata di tumore, un po' fuori di testa che ti fa anche Latino dove sai benissimo le farai cascare le uova, e puoi solo sperare di bilanciare con bei giudizi in Italiano, che penalty a parte, potrebbe essere un'applicazione dove se il prof. fosse tranquillo potresti anche riuscire a instaurare un rapporto diverso e farti valutare non soltanto per l'abnegazione ma anche per i pensieri e le opinioni che esprimi sui tuoi problemi concreti, la tua vita, gli altri, il mondo eccetera, e farti conoscere comprendere per quello che sei veramente di là dell'abnegazione del far discorsi su cose astratte lontane nel tempo, cose che in fondo agli adulti insegnanti compresi non interessano niente, e francamente non si capisce perché dovrebbero interessare me, quelle cose, che non stanno né in cielo né in terra né in rete, ma sulla carta dei libri di scuola e basta.>
Passato a settembre per il buco della cuffia quest'anno mi sono voluto mettere in prima fila per non fare cazzate come l'anno scorso che mi hanno dato quattro asterischi e tre chiocciole - ossia questo settembre, tesine colloqui a più non posso - fatta la media tutte praticamente con la scimmia e la rondine, ci giurerei, in realtà perché non leccavo, e poi facevo mafia con gente sbagliata, non con certi bei personaggi che so io, che s'inventano il gruppo di ricognizione integrata sulla fame nel mondo, contro il quale in sé non ho niente, se non che poi non hanno la pietà minima di passarti una riga di latino un risultato di matematica e tu sei li che li implori e loro che hanno già finito, a loro volta copiato, distolgono lo sguardo nauseati manco gli avessi scoreggiato sugli occhi, e quando va bene ti guardano che sembrano dirti, vedi?, potevi venirci anche tu al gruppo!, sapendo benissimo che non sarai mai poi mai ammesso, perché la tua quotazione al mercato di classe è prossima allo zero, e comunque, non gliele darai mai le cinquantamila Gibaldi e a Improta per copiare matematica e latino (e perché le chiedono a me o a Faggiulo e non se le chiedono anche fra loro, loro-gruppo di ricerca, intendo, Gibaldi e Improta, le cinquantamila, eh?), e quando va male invece: insomma, organizzati, qui siamo in troppi!, inventati un gruppo anche te, no?, e in ogni caso distolgono lo sguardo un secondo prima tu riesca produrre una qualsiasi recriminazione, tipo: cazzo, non mi avete mai invitato!, tipo, cazzo, non tutti hanno Internet!, tipo: cazzo, cosa c'entra il gruppo di ricognizione integrata colla verifica in classe?, cazzo, siete stronzi esclusivi!, istintivamente!, a colpo d'occhio, non avete nemmeno bisogno di far consiglio su chi è dei vostri e chi no! - aveva detto bene Izza, l'anno scorso, che in questa classe ci sono linee, punti, cerchi, poligoni di tiro e di forza, lobbies, rackets, elites e psicoapartheid!, altro che fame del mondo! Cosa me ne faccio di gente così virtualmente proba se poi la probità virtuale si rivela cifra borsistica della loro mondana e mercantile stronzaggine?, tipo la Meneghini Turà che con quel suo sorrisetto nonteladò da Britney Spears della domenica allo stadio perché-perché, mi fa: mettetevi tu Faggiulo e Izza con le Digrazie, no?, che restano a scuola di pomeriggio, nella saletta delle memorie di Tutor. Inventatevi un gruppo!, dice la baldracchetta, e allora con Faggiulo, senza dire niente a Izza, sennò casini con Faggiulo, ci siamo andati, dalla Burzo la Busulioni e la Fumagalli, e dopo essersi guardate riguardate, ci hanno detto che per loro vabbè, ma noi ce l'avevamo un'idea?, perché a loro, casomai, interessava il discorso famiglia. Cioè?, ho fatto io, che non capivo cosa avessero da ridere sotto i baffi, le Disgrazie, che pareva proprio stessero a pigliarci per il culo, e rispondono cioè che viviamo in un mondo che è contro la famiglia, no?, e vedevo che guardavano Faggiulo, e capivo che in qualche modo gli facevano il verso, perché una volta lui aveva fatto un discorso un po' analogo, in un tema che era stato criticato, cioè che fare figli prima era un dovere, poi è diventato un diritto, così, ecco il divorzio!, adesso è un optional, così ecco l'aborto!, e insomma con la procreazione le donne fanno quello che vogliono, per quanto tempo vogliono, e nel modo che vogliono, mentre invece bisognerebbe ritornare un po' al senso del dovere. Però non tira!, non tira la famiglia!, ho detto io, cercando di essere serio e di fare capire che non eravamo li a sparare cazzate fare gli scemi con loro, e allora la Burzo ha detto che, in effetti, non aveva molto senso fare un gruppo a cinque, secondo lei. Che il gruppo sulla fame del mondo funzionava perché erano in dieci-dodici persone, con i compiti ben divisi, e la Zugno che faceva il capo incontrastato, e insomma o in tanti o in pochi, sennò né carne né pesce. E che cazzo!, ho detto io, allora, e la Busulioni e la Fumagalli hanno fatto un ghigno e hanno detto: in fondo, voi due cosa c'entrate con noi?, al che Faggiulo è divampato, tutto rosso, e ha urlato: con voi, un cazzo di niente!, e la Busulioni, ma corri sfigato!, e Faggiulo: Disgrazie!, Disgrazie del cazzo!, che le chiamavamo così, perché non erano un gran che, sebbene una bottarella insomma-insomma anche senza sacchetto, e poi perché si diceva portassero sfiga, e come una volta - mi raccontava mio padre - quando si vedevano le suore o certe automobili, tipo le prinz verdi, ci si toccava e si diceva suora tua, prinz tua, così facevano molti anche in classe nostra con le Disgrazie, ma soprattutto con la Busulioni e la Fumagalli, che erano meno braciole. Ma s'è per questo, lo fanno anche con me con Faggiulo, per non parlare di Izza, che ogni volta che apre bocca, tutti fanno il suono del vento e si toccano le orecchie. E, naturalmente, con Asdrubale, che tutti si toccano le palle, perché è Down. Sennonché quella volta Faggiulo schizzava lasciandomi al gelo con le Disgrazie, interdetto nell'intimo. Non sapevo più cosa dire. Indecifrato e sudato com'ero mi veniva quasi da scusarmi, inchinarmi, girarmi e battere in ritirata, ma la Burzo con un sorriso giocòndeo mi si avvicinava, e guardando fisso al riottoso Faggiulo, ormai in lontananza, soavemente disse: ti vuol proprio bene, eh?, e poi se ne andava.
Certo, dovrei essere più bravo e lamentarmi meno, ma resta il fatto che alla fine questi personaggi d'avanguardia mediatica, qualsiasi giudizio racimolino, e non sempre si tratta di giudizi lusinghieri, risulta che però si sono straordinariamente impegnati e vanno dunque straordinariamente tutelati perché hanno proposto il gruppo di ricognizione integrata, hanno scovato siti con notizie interessanti su qualche interessante argomento, tipo la fame nel mondo, oppure la fame nel mondo, o anche la fame nel mondo, e perché no, la fame nel mondo, proclamando cattivo chi finge di non sapere peggio, ignorante, perché solo gli ignoranti non sanno e non vogliono sapere, mentre chiunque sia ammesso al gruppo di ricognizione integrata sulla fame del mondo diventa automaticamente buono bravo e sapiente perché buono bravo e sapiente è di là di ogni ragionevole dubbio chi s'impegna sulla fame del mondo, che è un argomento molto concreto, ben più concreto dei campi di concentramento della seconda guerra mondiale, che certo non devono assolutamente essere dimenticati, e che del resto dopo certe osservazioni di Faggiulo, Cevicecich, Nardo, Platz e Rosiri, sono diventati oggetto del dibattito di Filosofia dove abbiamo messo a fuoco il problema della sovrappopolazione del mondo e della natalità zero in Italia, e siamo arrivati alla conclusione che per risolvere la fame del mondo bisogna far diminuire la popolazione del terzo mondo con metodi pacifici, e per quanto riguarda l'Italia, smetterla con questa cultura dei lustrini e del successo del '68, e tornare ai valori di prima del '68, cioè soprattutto la famiglia, ma anche il rispetto della patria, intesa però come Pianeta Terra, senza per questo rinunciare alle conquiste della storia come per esempio l'emancipazione della donna, poiché infondo spetta pur sempre alla donna fare più o meno figli, dunque deve sapersi regolare, dibattito culminato in un tema che proponeva questo quesito: Lager Perché?, ove ha svettato, al solito, la Zugno, dicendo che il terzo mondo era il lager dell'occidente imperialista e infatti i nazisti di oggi, erano razzisti con gli extracomunitari, richiamando l'attenzione sulla perdita di memoria del presente e sulla necessità di focalizzare il problema della fame del mondo, talché (per citare come scrive la Zugno) chi si impegnava veramente sul tema della fame del mondo non poteva essere in nessun modo nazista e diventava automaticamente buono bravo e sapiente perché buono bravo e sapiente era di là di ogni ragionevole dubbio chi s'impegnava sulla fame del mondo e, fermamente inteso a scovare nuove notizie sulla fame del mondo, coglieva ogni occasione di confronto, per esempio alle verifiche di disegno tecnico, trigonometria, fisica, latino, storia, filosofia, biologia e chimica allorché (sempre per citare come si esprime la Zugno) abilmente si collegava alle problematiche della fame del mondo, faceva il punto della situazione ch'evolve di giorno in giorno e direi anzi di ora in ora, visto ch'evolveva furiosamente dall'ora di italiano a quella di matematica quella di filosofia, e sul sito della fame del mondo c'erano due numerini che rutilavano, e quasi credevi fosse un conto alla rovescia tipo che doveva partire un missile oppure che da qualche parte sarà stato capodanno o così, e invece era l'evoluzione della fame del mondo: i due numerini che rutilavano erano, a destra, i morti di fame del mondo, e a sinistra, con un rutilìo ancor più sconcertante dell'altro, i nati nella parte di mondo che ha fame, sicché era impossibile non restare sconcerti e aggiornarsi, dunque si parlava quasi esclusivamente della fame del mondo. Si trattava infatti di un argomento sul quale non si era mai sufficientemente informati, e anche quando lo si era chissà perché si tendeva dimenticare, prestando fianco al nazismo che godeva non a caso della simpatia degli ignoranti e del novanta per cento dei giovani, di conseguenza compito della scuola era far fronte questi deficit d'informazione memoria del presente, rimunerando fra gli alunni e i professori coloro che più si adoperavano in tal senso. Così proponeva la Zugno - ispiratrice del gruppo (come faceva già in prima avere le idee tanto chiare?) - perché non presentare alla maturità un sito di classe che raccogliesse i dati quinquennali del gruppo di ricognizione integrata in una sorta di osservatorio talché le classi che sarebbero venute dopo la nostra avrebbero potuto osservare la fame del mondo da una posizione privilegiata? Ma certo!, perché no!, peccato che il gruppo è fatto di dieci persone, e non di ventidue; però, nel frattempo i giudizi non sono più quel che sono, cioè scimmie con la rondine, ma rondini con nuvoletta se non addirittura pure semplici rondini, cioè, detto in termini d'altri tempi, più che sufficiente. Si capisce che poi a fine anno, sgombri d'asterischi e chiocciole, col loro bottino di rondinelle ciel sereno, vanno a fare le ferie di cui parlano da mesi, mentre io - quest'estate più che mai - non solo niente Interreil con Faggiulo e suo fratello, come finalmente sembrava forse proprio, ma allucinante psicodramma familiare: separatisi in primavera, tornati assieme giusto in agosto, ecco che i miei non mi mollano più, manco dovessero riparare loro, modello elementari, quando m'insegnavano le operazioni, riuniti e contenti, penati!, al crepitante focolare della preoccupazione genitorial-filiale. Talché giù con ricognizioni a nastro sulla fame del mondo aiutandoci in mancanza di Internet - papà è contro, e in fondo anch'io, anche se avendo internet avrei uno straccio di ***(1) per non essere completamente tagliato fuori dal gruppo di ricognizione integrata che mi alzerebbe le medie - aiutandoci coi metodi di rilassamento imparati a Dinamica Mentale, per capire, cioè sentire in profondità, in cosa veramente la fame del mondo consista, specie in Africa, così bella dunque facile da meditare, che non a caso dice mamma, è sempre uno dei posti più intelligenti per le vacanze, soprattutto l'Egitto.

(1) Deterrente. Parola mancante.

     
  Il suicidio di Angela B. - prima giornata
   
  Alla gentile attenzione
Della Professoressa
Sig.na Elvira Bidelli
 

Padova, 28 marzo 2000.

   
 
Cara Professoressa
le sembrerà forse strano, brutto, o addirittura tragico, nel senso di un tragico segno dei tempi, ma questa è la prima lettera che scrivo in tutta la mia vita e benché negli ultimi tre mesi, con stupore da parte di chi mi conosce, abbia fatto con la scrittura parecchia pratica (il racconto che troverà allegato a questa lettera ne è testimonianza), devo confessarle che sono molto disorientato. Anzitutto perché lei è ricoverata in ospedale gravemente malata e mi dispiacerebbe affliggerla. In secondo luogo perché sto tentando di avvicinarmi a lei non semplicemente come alunno, o soltanto in seconda battuta come alunno, ma non essendoci mai stato fra noi alcun discorso non so che forma dare al mio approccio. Le lettere, immagino, dovrebbero rispettare una certa forma o almeno farci riferimento, e questa forma che le lettere dovrebbero rispettare varia oltre che in relazione alle intenzioni di chi scrive anche secondo il rapporto fra scrivente destinatario. Ma con lei, professoressa, le incertezze che circondano le mie intenzioni si mescolano al fatto che mi manca per così dire lo stampino, così l'insicurezza e l'assenza dello stampino diventano tutt'uno.
Questa mattina, mentre tergiversavo davanti alla pagina bianca, ho scoperto che il mio programma di videoscrittura, sotto la voce modelli, accanto fax curricula eccetera, propone dieci tipi di lettera. Cioè dieci stampini, cioè dieci fondamentali tipi di relazione fra persone, o almeno dieci fondamentali forme di relazione epistolare. Questi dieci stampini epistolari erano distinti in due grandi categorie, quella delle lettere formali e quella delle lettere informali. Le lettere della categoria informale si differenziavano dalle altre perché non erano riconducibili al mondo del lavoro, che dagli esempi risultava una sfera di molte poche parole. Scelta la categoria delle lettere informali, sua volta suddivisa in tre classi: lettera classica, lettera moderna e lettera contemporanea, dopo alcuni indugi, dovuti in parte al fatto che non era previsto un esempio di relazione fra una persona sana e una malata e che erano escluse ipotesi che accennassero, per esempio, al soggiorno del destinatario in qualche luogo di prigionia, come in un certo senso mi sembrava anche l'ospedale, ho deciso di affidarmi al terzo tipo di lettera informale: la lettera informale contemporanea. Quindi, fantasticando su una mia informale contemporanea strategia espistolare di avvicinamento a lei, considerando le cinque opzioni disponibili sotto questa voce, opzioni chiamate stili: passionale contemporaneo, familiare contemporaneo, confidenziale contemporaneo, amichevole contemporaneo, elegante contemporaneo, ho selezionato la quarta denominata: stile amichevole contemporaneo(informale. L'ho fatto in modo scherzoso e non certo con l'intenzione di attenermi scrupolosamente al modello, casomai, per curiosare fra funzioni di Word che non avevo mai notato, allo scopo di farmi venire un'ispirazione per aggirare la pagina bianca. Magari, pensavo, trovo una frase generica buona per cominciare che a correggere poi faccio sempre in tempo. Ma purtroppo mi sono arenato all'istante, così invece di iniziare la lettera, continuando a rimuginare su stampini stili modelli e intenzioni, ho scritto delle cose tendenzialmente angoscianti che lì per lì mi sembrava non c'entrassero niente che però dopo pranzo, mentre passeggiavo nel parco sotto casa per prendere una boccata d'aria fresca, ho capito invece potevano anche entrarci, e che in fin dei conti non erano poi così terribili. Allora, sperando di non annoiarla troppo e per prendere un po' confidenza, le trascriverei certi pensieri che ho fatto questa mattina davanti alla pagina bianca. Se non trattano proprio di quello che le devo dire, sono tuttavia collegati al racconto di cui le ho accennato sopra, che come avrà visto dal titolo, Il suicidio di Angela Burzo, parla del suicidio di Angela Burzo secondo me. Cioè delle mie emozioni di quella mattina che abbiamo saputo del suicidio di Angela, della discussione che lei fece con la classe di tante altre cose che nel racconto non sono riuscito a raccontare, cioè a spiegare, ma che mi piacerebbe capire tesaurizzare col suo aiuto, senza impegno. Direi anzi che il motivo per cui le scrivo è proprio questo: provare spiegare lo stato di confusione in cui mi trovo e chiederle consiglio su quello che dovrei o non dovrei fare, sempre che lei ne abbia voglia.

I pensieri della pagina bianca partivano da questa duplice considerazione: la tipizzazione informatica degli stili epistolari del mio programma di videoscrittura, oltre che sinistra, è anche suo modo rassicurante. Infatti se da un lato il pensiero della prevedibilità dei comportamenti che danno capo alle situazioni della vita mi fa venire la pelle d'oca, perché mi viene in mente che siamo tutti dei robot fatti in serie oppure freddi tecnici di situazioni, che applicano un insieme di operazioni per ottenere un risultato prestabilito, d'altro canto, in verità, la tipizzazione informatica del mio programma di videoscrittura sembra presupporre un mondo caratterizzato da una stabilità di relazioni e da una certezza di situazioni alla quale l'uniformità dei comportamenti fa riferimento come a una consolidata tradizione. Sembra cioè presupporre un mondo un po' all'antica che ricorda il modo di essere di apparire dei miei nonni materni (da parte di papà sono morti tutti due).
A differenza di me dei miei genitori, benché non si tratti esattamente di uno stile amichevole contemporaneo, i miei nonni materni, in effetti, qualcosa come uno stile ce l'hanno, e se ha mai visto un film di 007, faccia conto uno 007 in pensione, potrà farsene, pur molto vaga, un'idea. Lo stile dei miei nonni, però, sia per coerenza e continuità di comportamento, che per una certa rigidità che trascorre dai movimenti del corpo agli abiti che indossano ai giudizi che pacatamente, ma senza sosta, trinciano, potrebbe tranquillamente passare per ipocrisia bella e buona se non fosse che sono visti come vecchi, ossia persone che non capiscono il mondo in cui vivono, e tanto meno con lui c'entrano. Certo è che se io mi comportassi come loro non solo risulterei falso e artificioso, ma anche parecchio, e lo stesso vale per i miei genitori. Secondo mio padre, specie nel caso di mio nonno materno, conta il fatto che era un tenente colonnello carabiniere. Il suo essere carabiniere, cioè la sua carabinierità, si è in qualche modo trasmessa alla nonna, e in seguito alla figlia, cioè a mia mamma (e forse, attraverso mia mamma, a me). Comunque sia, ipocriti o meno, malgrado un luogo reale in cui il loro modo di essere apparire risulti appropriato non esista probabilmente più nemmeno nei dintorni dell'Arma, resta il fatto che i nonni hanno stile, e che qualcosa nel loro stile trascende il luogo il tempo più appropriati al suo sensato esercizio. Non so se mi spiego - poco sopra ho detto che sono fuori luogo fuori tempo, quindi sto contraddicendomi - ma a me sembra lo stesso così: c'è un elemento di trascendenza, sebbene inutile, o inappropriato, o inadeguato. Quasi che dispongano di una specie di programma di deframmentazione che li compatta in un unico pezzo coerente, con files errati in un ripostiglio ben sigillato, sia singolarmente che in coppia, e che li fa sembrare meno contraddittori di tanti altri, ricchi e poveri, vecchi e giovani. Quello che voglio dire è che, in un certo senso, l'essere fuori luogo di mio nonno dipende da un eccesso di forma, dal presentare una forma compiuta, come se quel programma di deframmentazione, che rimuove ignora o disattiva certe emozioni del cuore, nel complesso lo disciplinasse, salvandolo di situazione in situazione dalla mostruosità e dalla deformità. È proprio la compiutezza di questa forma l'elemento che trascende, collocandosi in un sempre incollocabile, perché fuori tempo e fuori luogo.

Osservando le signore sedute composte sulle panchine esposte al sole, e i cagnetti di fianco accucciati a godersela, pensavo che a me in fondo non dispiace che dentro sé stessi gli esseri umani siano, se non più simili, simili almeno quanto lo sono fuori, e che questa similitudine, che è una similitudine di tipo particolare, cioè la similitudine cui si fa riferimento quando si usa l'espressione il mio simile o anche il mio prossimo, non solo superi le barriere sociali e dell'età, ma si estenda tutte le popolazioni della terra e si conservi nei secoli. Del resto, pensavo, il tenue effervescente calore del sole mi sembrava un'innegabile fonte di contentezza per tutti e per sempre - tipo anche per i paleoveneti. Però avevo l'impressione che più il mondo diventava uniforme nel senso che siamo tutti nella stessa barca virtuale meno questa particolare similitudine era reale, cioè più il mondo diventava il Globo più questa faccenda della similitudine si rivelava una fantasia o tutt'al più un'idea. Insomma, un'uniformità senza similitudine, pensavo. Non é strano? Da un lato, pensavo, c'è oggi una grande offerta di modelli di comportamento e anche di scrittura: basta guardare i personaggi, tanti, seducenti, disponibili e intercambiabili (oppure insostituibili, nel senso delle figurine). Ma dall'altro c'è il desiderio trovare il minimo di uniformità che permetta di non essere esclusi e incompresi e sgradevoli. Cioè, come dice Faggiulo, gente con cui non si ha voglia di avere che fare perché ci si annoia e ci si sente fermi inchiodati marcire sulla panchina senza mai niente da dire senza conoscere gente di conseguenza anche umiliati - anche se è da precisare che Faggiulo non arriva dire che sulla panchina con me si sente umiliato, ma parla in generale. Forse perché lui così non si sente, e se si sente umiliato, pensa subito che io mi sento umiliato a causa sua, sicché si limita un costante risentimento nei miei confronti, specie quando faccio discorsi simili a questi che scrivo, che però, parlando, faccio peggio.
D'altronde i modelli stancano. Quando anche calzino bene vengono rapidamente sostituiti, cioè anche se calzano non fanno in tempo modellarsi sulla forma del carattere del loro indossatore. Queste tipizzazioni informatiche per cui le intenzioni dello scrittore sono definite stili (passionale contemporaneo amichevole contemporaneo eccetera), questi esempi stilistici sono in effetti simili a scarpe: mocassini, da tennis, da sera, da barca, da avventura. Hanno numeri di parole consigliate per frasi e periodi, ti viene cioè automaticamente consigliato un punto due punti un punto e virgola eccetera quando una principale contiene troppe parole o un numero eccessivo di subordinate, che ricordano il perfetto numero di piede per calzare il modello idealmente adeguato una certa situazione. E allora mi sono detto: tutto questo è carino, divertente, e forse sotto certi aspetti anche aiuta, rendendo meno problematico lo scorrere di relazioni che devono appunto scorrere senza problemi al passo veloce del tempo. Ma che ne è del piede? Del mio piede? Del mio passo? In verità di me, del mio numero di piede, del mio alluce vago eccetera gli artefici di questi modelli non sanno niente, o volendo moderare i toni, diciamo che agli artefici dei modelli, del mio piede interessa molto relativamente, e dico relativamente non assolutamente perché, alla lontana, potrebbe anche interessargli, essendo il loro un idealismo pratico. Tutto qui, però.
Inoltre, pensavo, nessuno scambierebbe il piede di un altro per il proprio. Specie se duole o fa prurito. È infatti molto comico quando Ollio credendo di grattarsi il piede atteggia il viso a un'espressione di grande sollievo, mentre invece sta grattando il piede di Stanlio. No? Il piede, ho pensato, duole o prude quando la scarpa è inadatta, ma non è la scarpa nuova congenitamente inadatta? Di primo acchito io direi di si. E allora, professoressa, sapesse che strana visione ho avuto tutto un tratto camminando fra le montagnole di foglie nel parco sotto casa!: tante belle scarpe alla moda altrettanti piedi che dolgono e prudono e tanti Ollio che grattando il piede di Stanlio atteggiano il viso a enorme sollievo. Ho avuto l'impressione che questa era la dimensione psichica collettiva in cui vivevo, che ci stavo dentro fino al collo, e che di comico non c'era proprio niente.

A me piace pensare che il mio simile si esprima in modo originale, professoressa. Ma mi piace anche che la similitudine fra me il mio simile esista davvero (un mondo privo sia di similitudine che di originalità: sto forse esagerando?). Vergogna rabbia gioia paura simpatia eccetera sono più o meno la stessa cosa per tutti, così come lo sono certi gesti delle mani o il sorriso della bocca o gli sguardi cattivi degli occhi: una grammatica minima dell'espressività come interfaccia. Se così non fosse capirsi sarebbe ancora più difficile di quanto non sia in realtà, giacché, in realtà, come tutti sanno, capirsi, pur vivendo l'era della Comunicazione, è diventato quasi impossibile. Sennonché giù al parco mentre pensavo al problema delle mie intenzioni contraddittorie, dello stampino assente, dello scorrere non problematico e incompreso delle situazioni, d'un tratto mi sono detto che forse l'aderenza uno stile, almeno nella scrittura, che è più piccola della vita, avrebbe potuto addolcire il mio problema di deformità. Componendola mediante una scarpa inizialmente scomoda, magari sgraziata, ma con la vocazione aggiustarsi al piede. È stato così che per l'ennesima volta ho pensato Angela, al suo mondo, cioè l'insieme dei suoi stampini, e alle sue difficoltà di comunicazione, che forse non erano vere difficoltà, ma semplicemente scelte valorizzanti all'antica, non consumistiche operate nel segno dell'oculatezza e della parsimonia comunicativa, finalizzate una sua compiutezza trascendente.
Angela faceva al prossimo un'impressione di coerenza e integrità molto simile quella che fanno i miei nonni. Il suo modo di essere apparire non era propriamente informale amichevole, e forse nemmeno contemporaneo. C'era dentro di lei qualcosa d'irsuto, pensavo, spettinato e selvatico, da tenere bada con metodo e disciplina. L'elemento fiero che traspariva dal suo atteggiamento dimesso, che talora, quando le parlavi, la faceva sbadigliare o le contraeva le labbra in una specie di dolorante smorfia all'insù. Poi seguiva qualche istante di silenzio, sospiravi e annuivi, e finalmente te ne andavi, un po' disorientato, accigliandoti alla ricerca del qualcosa che ti era sfuggito e che t'irritava, o che forse non avevi capito, come se la terza delle quattro parole dette non avessi potuto raccoglierla, per un difetto di pronuncia, creandoti il sospetto che nel buco di quella parola incompresa fosse scivolato il senso dell'intera situazione, e che la tua ricostruzione, così, era rimasta adulterata. Eppure, ti dicevi, la Burzo non ha difetti di pronuncia. E nemmeno io, mi pare. E poi, ti chiedevi, perché te ne eri andato proprio tu?, e lei, invece, era rimasta lì ferma, quasi salutarti dal finestrino di un treno che rimane fermo, poiché muoversi era quello su cui stavi tu? E poi ti chiedevi, perché malgrado sia impossibile capirsi, siamo sempre gentili, cazzo!, che tutta questa gentilezza gestuale segnaletica della Burzo, mi manda in confusione!?
In ogni caso, benché si sia uccisa, in modo per altro così doloroso e coraggioso (che ne sapeva lei, che sarebbe morta sul colpo?), qualcosa come un suo stile anche lei ce l'aveva, cioè, io credo un'idea di come lei dovesse essere, un'idea di coerenza, nella quale si era tanto compenetrata. Ricorda il messaggio lasciato da Angela fra le lenzuola del letto, la mattina che si è uccisa? Intendo dire, ricorda come era scritto? Intendo non cosa diceva, ma proprio come era scritto, perché il senso, per me, non era nel significato, bensì nel non significato. Bè, non so lei, professoressa, ma io credo che quel messaggio era perfetto. Bellissimo. E dolcissimo. Anche etereo. E inafferrabile. E di conseguenza indivisibile, toccato da una specie di grazia. Mi piacerebbe sapere il suo pensiero in proposito, professoressa: se quelle tre righe furono scritte in un attimo, in uno stato paradossalmente simile alla grazia, oppure furono scritte riscritte tante volte, per più giorni. Se l'immagina?
C'era lo stile di mezzo?

Cari miei
non è colpa vostra, se questo è il vostro pensiero. Non è neanche colpa mia. Non è colpa di nessuno. Non c'è colpa in queste cose. Vi saluto.
Angela.

Angela si è uccisa, pensavo, molto probabilmente, con premeditazione lunga e coltivata, tale da trasformare il suo gesto in qualcosa che si può compiere con scioltezza. Gli articoli riguardanti la guerra fra la famiglia della Burzo e quella di Izza, e le ipotesi di omicidio, oltre che un orrore, sono pure semplici follie. Comunque è stato un fuoco di paglia, per fortuna. Macché omicidio. Angela si è uccisa. E lo ha fatto con la naturalezza un po' insensibile che si raggiunge quando si agisce secondo procedure - il tiro finale della cravatta, fatto il nodo. Eppure, come può essere stato? Come gli è saltata in mente una cosa così? E quando? Un giorno qualsiasi di tanti mesi fa, ho pensato. Magari al risveglio, che è spesso un momento difficile.

Angela al risveglio si tocca il corpo all'altezza dell'anca percepisce l'osso dell'anca, è dimagrita un po', per svegliarsi è abituata a grattarsi, lo fa, sotto la testa. Non vuole svegliarsi, pensa di inventarsi, ancora in sogno, delle scuse per non alzarsi dal letto, e tuttavia, man mano che la veglia sopraffà il sonno, quelle ragioni cadono, diventano impossibili. Senza perché, lo diventano e basta. Angela pensa che non dovrebbe alzarsi stamattina. Non dovrebbe farlo, perché non c'è motivo. Sta troppo male, si dice. E poi: non è vero. Allora vorrebbe pensare di poter essere ammalata. Ma non è così. E è una scemata far la finta tonta con i genitori. È una scemata anche se oggi è più pesante di alzarsi come si alza ogni mattina. Allora continua a grattarsi e poi inizia a toccarsi che è un buon metodo, lo sa, per svegliarsi. Automatico. E poi sente che il suo pube è come un kiwi, ha la consistenza tesa e morbida di un kiwi, con la buccia un po' ruvida e un po' vellutata, così sta nel palmo, e pensa alla polpa del kiwi, con tutti i semini neri, solo che è rossa. Sogna. Ma d'un tratto pensa che non deve pensare tanto. Agire, questo è l'importante. Così apre il palmo della mano, lascia cadere il frutto. Quando va in bagno il pensiero della pesantezza non l'abbandona e le cose pratiche non le tolgono il disgusto. Ma è così sottile. Che stanca. Neanche la forza di capire cos'è. Nessuna capacità di prendere una decisione. Qualsiasi. Ma una cosa concreta. Solo male e le solite cose.
Ma, ancora, è tutto un sogno.

Angela si è svegliata, ha spento la sveglia, è rimasta un attimo con la testa sollevata sul cuscino, un po' contratta nella penombra, ancora con i discorsi dei sogni nelle orecchie. Immagino la sua stanza come una stanza piuttosto spoglia, essenziale. Immagino Angela che si sveglia, nella penombra, in quella posizione contratta, con la mascella serrata, fino quasi a sentirne il dolore. È rimasta sospesa un attimo, nella luce grigia e profonda, ma poi ha riposto la testa sul cuscino, stringendo lentamente le ginocchia al petto per trattenere il pizzicore caldo della carne, spingendo con le spalle sul materasso, come scavando per penetrarci dentro. Ha portato le ginocchia al petto e attendendo il mutamento che potesse liberarla dalla morsa languida atroce che la tratteneva, ha spinto il pensiero fuori di sé della sua testa, e ha lasciato entrare i rumori dei suoi, già in piedi. Del papà fra l'orto e la piccola officina garage, e della mamma in cucina, a prepararle la colazione. Adesso esco, mi alzo, si è detta. Adesso esco, mi alzo. Ma era così pesante incominciare, oggi, che tanto forte era la sensazione di sentirsi già scritta, intrappolata nel labirinto di un testo che per quanto elusivo sfuggente, la costringeva dire le cose che uscivano dalle sue labbra, qualsiasi cosa dicesse, anche quando si proponesse di dire solo cazzate, apposta! Certe volte ci si ritrova sparare cazzate del tutto gratuite per provare che non siamo già scritti, che niente è stato detto di noi, né si può dire, e mentre le spariamo ci rendiamo conto dell'esatto contrario. Anzi, più profondamente, nella bugia, ci sentiamo in trappola, come in una tagliola. E allora, proprio allora, sotto le coperte, con i denti stretti, le ginocchia al petto, cullando la bambola del corpo, ha preso la sua decisione. Sono stanca, ha detto. Sono stanca, stanca, stanca, stanca. Dal piumino azzurrino sbucavano, lenti, i piedi nudi. Cercavano il pavimento, gli alluci come due testoline appaiate. Poi, toccata terra, Angela scivolava sul fianco, fino all'orlo del letto, ormai scoperta per metà. Aveva freddo, la luce era grigia e le cose erano tutte ferme, intrappolate dentro alla geometria di un quarzo semitrasparente. Sono stanca, diceva. Stanca, stanca. Aveva la testa incassata nelle spalle il casco dei capelli biondo cenere sembrava un parrucchino, messa così. Farò le cose come si deve. Per tempo, gradualmente. Come quando ci si organizza per un viaggio, o si progetta il trasloco in un'altra città. Senza improvvisare. E così il caos che s'agita dentro e fuori l'interfaccia del corpo, si disporrà secondo un ordine aereo. Le persone si avvicineranno, e Angela le guarderà. Angela guarderà, indisturbata, le persone. Dovrà essere struggente, la danza dei gesti, dei movimenti, nel suo evolvere, in quel ripetersi a ondate, nell'avvicinarsi e allontanarsi dell'uno e dell'altro, da dietro quel suo vetro. Quasi come un filmino super otto senza sonoro, in cui le persone sorridono, salutano, giocano in cortile. Dove ci sono i bambini piccoli, le altalene, i vicini che si sporgono dal cancelletto, e salutano anche loro (sono sempre così i filmini, nei film: chissà perché).
Potrebbero andare perfettamente in un video di MTV. Guarda, guarda questi ragazzini che vanno a scuola. Angela li guarda dalla finestra. Così bello guardare, sembra una sospensione di tempo. Ma il tempo poi si sa che passa ed è meglio pensare alle cose pratiche. Non vuole trovarsi con la gola soffocata e la mamma che gli dice che è in ritardo. Non lo è mai veramente ma secondo la mamma sì. Perché la mamma pensa che non è capace di fare bene le cose. Eppure ce la mette tutta. Ma per la mamma non c'è lo sforzo. Neanche la volontà. Oggi pensa che non è così poi tanto grassa. Svanisce. Svaniscono i suoi fianchi che tante volte ha sfiorato per caso, passandogli vicino. Per sbaglio. Guardandola non le sembra possente. Soltanto arrogante. Ma neanche. Non sente neanche la voce. Non è diventata filiforme, certo. Ma non è quasi piu' una sostanza compatta. Lo diventa, reale, quando le porge il caffelatte. E le dice una cosa. Che cosa. Non lo sa. In verità lo sa. È sempre la stessa cosa. Mamma dice sempre la stessa cosa. E non c'è niente da fare. O è lei che non sa ascoltare che quell'unica cosa che le fa male. Che dischiude l'orrore. E non capisce. Non capisce. Sono io?, si chiede. Però non ascolta. Perché beve il caffelatte ed è distaccata. O è lei? Tante volte si chiede se c'è un modo. Perché le cose non siano così. Mamma non sia così. Solo nell'immaginazione? No, non c'è modo. Mamma non può non essere così. È già scritta. Come me. Io non posso non essere così. A meno di fare male. O subire il male. Così, niente male. Niente vita. Allora, pensa che non vorrebbe stare in vita. Poter sempre dormire. O sempre guardare alla finestra i bambini. O sempre passeggiare senza accorgersi che è passato troppo tempo e lei doveva essere da un'altra parte, fare un'altra cosa. Concreta.
Ecco. D'ora in poi, dovrà esserci tanta pietà nel guardare quella sua mamma imponente, con i polpacci grossi e gli occhi profondi nel viso e lo scialle di lana sul vestito scuro a puntini. Nel vederla avvicinarsi e orgogliosa parlare rallegrarsi di lei della scuola delle attività del patronato. Nel guardarla parlare, senza sonoro. E tacere i suoi silenzi parlanti più delle parole, zittiti anche quelli, nella danza delle filmine. E non sentire più le punture di quelle parole, l'irritazione continua che suscitano, fino a gettarti nell'angoscia. Non sarà più come quest'ultima mattina, in cui nulla sembra poi così innaturale, eppure nulla è mai stato così idiota e meschino. Mamma che non sa che dire ordini impliciti, e non sa che ascoltare conferme alle sue parole. Non pungerà più vedere papà, calvo, magro, vestito in ordine, con giacca pullover cravatta, tutta quella roba di taglio vecchio, la camicia fondo bianco a righe verdi e rosse, il pullover colore vinaccia, la cravatta dal nodo piccolo, verde, luminescente, la giacca e i calzoni grigi, di una grana un po' strana, verticale come se i fili verticali fossero più evidenti, nell'ordito, di quelli orizzontali. Com'è diverso, il modo in cui vestono i genitori di Angela. Com'è giusto, suo modo. Com'è brutto, però, anche. Come una vecchia bugia, che ormai però non fa male a nessuno perché le bugie nuove, quelle che servono ora a coprire lo scandalo, l'hanno come seppellita, o fatta dimenticare, o lasciata lì come una statua d'un passato regime. La mamma di Angela, chiusa in una pelliccia nera smerigliata e lucida, ottocentesca, che parla un italiano lentissimo, controllato e dialettale, al confronto con mia mamma, con le sue magliette in lanella nera, che appena si piega si vede la schiena, nuda e abbronzata. Mia mamma, supermagra, coi suoi occhi azzurri spalancati da visionaria (come dice papà)
E insomma così, Angela, presa la decisione, rinuncia al suo male. Toglie al male la radice, con una decisione. Ma quanto male bisogna stare, per rinunciare al male? Per fare le cose per bene con poesia come Asdrubale quando cancella la lavagna o mette i libri dentro la cartella o chiude i bottoni della giaccavento. Quanto male? Quanto?
Le sembrerà strano quest'accostamento fra Asdrubale, un mongoloide alto due metri, e Angela, come dicono i giornali, una ragazza modello. Eppure nel modo come Angela sembra avere preparato la sua morte, nel contegno tenuto fino all'ultimo istante, nel messaggio lasciato, sembra esserci la poesia estrema e paradossale di Asdrubale. Il modo incurante al tempo stesso diligente, procedurale, che ha nel fare le minime cose, che t'incanti osservarlo e ti commuovi, perché per Sdru, ogni azione è egualmente importante, da farsi per bene. Tanto che Sdrù sembra quasi dipingere, le azioni che fa.

Guardando il tramonto pensavo che certe volte sono davvero tante le cose diverse che sembrano espressione di uno stesso discorso. Ma così pensando fra gli alberi spogli del parco in quella bella luce d'oro chiarino che mandava i cagnetti in brodo di giuggiole, mi veniva da chiedere: ma allora in che mondo viveva Angela?, in che mondo hanno vissuto i miei nonni? e in che mondo vivo io? Perché i miei nonni sembrano ipocriti? Perché io sono deforme? Perché Angela ha fatto una cosa così mostruosa e si è lasciata ridurre alla deformità dalle lamiere dai pneumatici delle auto che l'hanno maciullata? Il mondo di Angela permetteva lo stile? È possibile vivere assieme agli altri coerentemente sinceramente senza rischiare di auto distruggersi? Può essere che ciò che a me pare tenere insieme una bella pagina scritta si riveli nella realtà della vita un fattore di disintegrazione?
È possibile oggi avere stile?
Secondo il mio computer sembrerebbe che no, pensavo, forse perché avere uno stile cioè averlo davvero e non in modo contemporaneo, cioè scherzoso, cioè non per davvero, significa rendere indisponibile qualche cosa di sé, mentre oggi tutto per valorizzarsi deve essere disponibile. Secondo il mio computer dunque, no. Non uno stile. Semmai, un ventaglio di microstili che sono più che altro tecniche di comportamento, cioè atteggiamenti, che sono automazioni, cose che segano gli impulsi e i pensieri e li riorganizzano con un ordine più merceologico che altro. Tanti (o pochi), quante sono le intenzioni. Tanti (o pochi) quanto consentono e quante sono le platee davanti alle quali la persona si trova. Cioè tanti (o pochi) quanti sono i mondi in cui stiamo. E sono giusti in quanto esteticamente adeguati, non in quanto corrispondenti al vero, o all'equilibrio, che è già una mezza verità, però molto tesa. D'altronde se non ti esibisci, sei esibito, mi viene da dire: non siamo fantasmi. Essere esibito, però, fa sentire freddo, un freddo bruciante, come quando si cammina scalzi sulla neve. Da questa prospettiva, che è quella per cui non siamo invisibili, e di conseguenza siamo esibiti, tocca vedersela col freddo. Allora, se non vogliamo patire freddo, conviene che ci forniamo di scarpe!!
Per il mio computer le intenzioni sono immediatamente strategie adeguate allo stampino di una determinata situazione prestabilita. E le strategie sono stili. Però cosa succeda quando i mondi sono contemporaneamente presenti e le intenzioni siano più di una, che è quello che mi succede personalmente nella vita, il mio computer non dice. Ho paura che ciò che tiene insieme le pagine belle, quella cosa ineffabile, quella coerenza, sia una cosa che può distruggere la vita quotidiana, una cosa cioè che nella vita quotidiana non può essere perseguita. Una dimensione che dentro non ci si può stare, sennò si muore. Ha mai provato, professoressa, essere il cielo? Non come il cielo. Proprio il cielo. Essere il cielo. Ma potrei anche dirle, con maggiore moderazione: ha mai provato essere una Dolomite? Ha mai provato restare? Nella vita quotidiana, di artificio si tratta, non c'è niente da fare. Se c'è una bellezza ci scappa. Se c'è una verità non riusciamo a pigliarla. Eppure, pensavo, si tratta di un artificio diverso da quello degli stili del mio computer, che sono molto praticati.
Sennonché alle quattro della sera il cielo sgombro e ventoso ospitava un sole che ancora guardarlo accecava. Il tramonto anneriva le gemme sui rami e si specchiava sulle finestre, liquide, adesso, come ferite, nei corpi dei rabbuianti palazzi. Ma la notte cresceva veloce, brulicante. E le piccole luci che si accendevano, asciugando da dentro i riflessi, sembravano aver catturato un po' del giorno morente, per conservarlo negli scrigni, come i primitivi col fuoco, un po' per ciascuno. E c'era qualcosa d'azzurro, nell'ocra di quelle luci, un residuo d'acque, che faceva venire in mente il creato.
Era molto bello, grandioso. A casa con i piedi nel pelo l'avrei goduto anche meglio. Ma non avevo risolto i miei problemi. In particolare il mio problema con lei, professoressa. E sa perché? Perché continuavo a confondere irrimediabilmente le cose, ecco perché. Perché confondevo le regole scritte e non scritte della vita con quelle scritte e non scritte della scrittura. Così facendo giravo in tondo nella casa degli specchi, dove ogni cosa è al posto di un'altra, ma è sempre la stessa. E questa cosa che è sempre non si può dire mai.