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| Umberto Casadei | ||
| Note "istituzionali" attorno al "Suicidio di Angela B." | ||
| I testi che leggerò sono estratti da "Il suicidio di Angela B.". Un malloppo di circa cinquecento pagine. Il suicidio di Angela B., di Umberto Casadei, che sono io, edito da Sironi (qui rappresentato da g.m.), contiene in effetti un eterogeneo assemblato di testi dal titolo: "Il suicidio di Angela B.". "Il Suicidio di Angela B.", contenuto nel "Sui-cidio di Angela B.", di Umberto Casadei, per l'Editore Sironi, ha come autore il diciottenne Gianni Dezanni, e come editore il Monopolio. (Angela B. e Gianni Dezanni, sono compagni di classe). Il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, edito da Il Monopolio, ospita, oltre ai testi di Gianni Dezanni, anche testi di altri autori - com-pagni di classe, genitori, altre persone. Curatori del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, sono due editor della casa editrice Il Monopolio. A loro si deve l'assemblaggio del libro di Gianni - il suo assetto formale. | ||
| Dentro e fuori | ||
| Il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, ha un dentro e un fuori. Anche "Il Suicidio di Angela B.", di Um-berto Casadei, ha un dentro e un fuori. Il dentro del Suicidio di Umberto è fatto dal dentro e dal fuori del Suici-dio di Gianni. Mentre il fuori del suicidio di Gianni è fatto da Umberto più voi, il fuori del suicidio di Umberto è fatto da voi meno Umberto. Il dentro del suicidio di Umberto è più grande del dentro del suicidio di Gianni. E viceversa. (La faccenda sarebbe un po' più complessa. Non mi pare il caso). | ||
| "Il suicidio di Angela
B.", di Gianni Dezanni - dentro. Una partizione quantitativa. |
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| A. Il settanta per
cento. Il fulcro del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, è costituito da due lunghi testi scritti da Gianni Dezanni: "Il suicidio di Angela B.", sottotitolato dai due editor: "Le Ore". "Lettera prefatoria posticipata al Suicidio di An-gela B.", sottotitolata dai due editor "Le Giornate". Prima ora, seconda ora, terza ora, e ricreazione - ossia "Le Ore" - sono intervallate da articoli di Giornale. Gli ar-ticoli di giornale si distinguono in articoli cronaca, di commento, interviste. Anche la "Lettera" è divisa in parti - "Giornate", appunto - intervallate da altrettanti articoli di giornale. La collocazione degli articoli di giornale è stata operata dei due editor e del padre dei Gianni. "Le Ore" e "Le Giornate", assieme ai relativi articoli di giornale, occupano circa il 70% dello spazio del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni. B. Il trenta per cento. Quanto al rimanente trenta per cento, i contributi quantitativamente più ingenti sono: La "Postfazione" ai testi di Gianni, di Rinaldo Qualcosa, uno dei due editor del Monopolio. La "Coda" ai testi di Gianni, cioè un racconto di Pier Giorgio Izza, compagno di classe di Gianni e di Angela. B. 2. La cornice, l'architrave e gli altri contributi a statuto speciale. All'interno del trenta per cento, c'è poi un gruppo di contributi, per così dire, a statuto speciale. B.2.a. La cornice. Si tratta anzitutto di una selezione di e-mail che gli editor del Monopolio, Mario Parecchio e Rinaldo Qualcosa, si sono scambiati durante la gestazione del Suicidio di Gianni. Tutto il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, può essere letto come uno scambio di e-mail con relativi do-cumenti allegati. Lo scambio di posta elettronica fra i due editor costituisce la cornice del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni. Il "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, si apre con una raffica di e-mail di Mario Parecchio a Rinaldo Qualcosa. Una seconda raffica è collocata fra "Le Ore" e la "Lettera". Una terza raffica, fra il contributo di Pier Giorgio Izza e la postfazione di Rinaldo Qualcosa. La cornice, in effetti, più che a una cornice, somiglia a un doppio arco (o, semplicemente, a tre colonne). L'architrave rimane immaginario. B.2.b. I contributi a statuto speciale. Negli scambi epistolari fra i due editor si fa sempre riferimento agli allegati. Nel primo scambio epistolare, Mario Parecchio propone al collega Rinaldo un tentativo di "assemblato", che gli spedisce in allegato. Fino alla fine de "Le Ore", si può tranquillamente ritenere che ciò che si è letto, rappresenti, appunto, la proposta di assemblato fatta da Mario a Rinaldo. Le cose in seguito si fanno più delicate. Il secondo e il terzo scambio elettronico (la seconda e la terza colonna) fanno riferimento a altri allegati. Si tratta di: un tema di una compagna di classe di Gianni, Piergiorgio e Angela. Una lettera al direttore del giornale locale, da parte di un protagonista "dimenticato" della vicenda di Angela: l'uomo che di Angela raccolse le spoglie. Una lettera della madre di Gianni Dezanni all'editor Mario Parecchio.Un testo in cui si spiegano alcune faccende tec-niche, approvato dalla collettività degli autori dei testi e da alcune persone citate nei testi, a firma: Artefice. Tali contributi, benché segnalati nelle e-mail come allegati, o almeno, nelle stesse richiamati quali possibili contri-buti futuri al "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, non sempre sono collocati immediatamente a seguire. Benché annunciati dalle e-mail, hanno come requisito una certa fluidità. Sono, insomma, situati "strategicamen-te". Il testo collettivo a firma dell'Artefice tenta di rendere conto, fra l'altro, anche di ciò. B.2.c. L'architrave. L'architrave immaginario, analogamente a una sorta di carrucola teatrale, ridisloca virtualmente i suddetti contri-buti, per altro diacronici, rispetto alla redazione (quando Gianni ha scritto) e ai tempi narrativi (quando sono ac-caduti i fatti di cui Gianni scrive) dei testi di Gianni. L'architrave immaginario, con la sua carrucola, implica che tutto il suicidio di Gianni, una volta passata la colonna centrale della cornice, torni a uno stato di virtuale fluidità. Superate "Le Ore", passato il secondo scambio epistolare, tutti i contributi, e nondimeno, gli stessi testi dell'auto-re, assumono i requisiti dello statuto speciale. Con effetto retroattivo. C. Dettagli. Vi sono poi contributi di minore entità. I Fiori: sorte di web-omaggi funerari. Tre necrologi. Un referto tipo coroner. Il testamento di Angela. |
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| Il Suicidio di Angela
B., di Gianni Dezanni - fuori. Partizione qualitativa (& fumistèrica). |
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In realtà, l'ubicazione della prima
colonna della cornice, dopo la pagina dedicata all'indicazione della collana,
del direttore di collana e dell'editore (Viaggi; Mario Parecchio; Monopolio),
e prima del frontespizio del libro, è già, in qualche modo, esterna al
Suicidio di Gianni. C'è tuttavia un'esternalità ulteriore.
A. Discariche da attraversare. All'ingresso de "Il suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, e all'uscita de "Il suicidio di Angela B.", di Umberto Casadei, si perviene attraversando due testi. Si tratta di due frammenti monologanti, senza capo né coda definite. Aventi cioè termine abrupto e inizio caratterizzato da minuscole e frasi subordinate. In materia di attribuzione - chi ne è l'autore? Chi è il collocatore? - presentano un alto tasso d'ambiguità. Di mescolamento. Meglio ancora: d'inquinamento. Potrebbe trattarsi di due discariche. B. Cornice (reprise) . Anche la prima colonna della cornice del "Suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, si sporge, se così si può di-re, dall'agglomerato dei testi che lo formano. Ciò a differenza delle altre due colonne, che vi sono immerse. Essa, benché situata prima del frontespizio de "Il suicidio di Angela B.", di Gianni Dezanni, è ancora interna al libro dello stesso. Formalmente, lo istituisce (lo informa). B.1. Cornice: istituzione formale. Si tratta di un processo di istituzione formale. Nel corpo del testo altre forze, preesistenti, spingono e contro-spingono; rastremando e disgregando. Come fonte normativa, la cornice genera un'illusione. O un'allusione. A un ordine. B.2. Sterilità delle discariche. Le due discariche non hanno alcuna funzione istitutrice. La cornice, chiamata in esistenza dalla crisi-conflitto di materiali preesistenti, genera ulteriori materiali. Viceversa, le discariche partecipano della forma, come tutto il resto. Sono forma. Ma non mettono ordine, né hanno potere generativo. C. Valore testimoniale delle discariche. Anche il dentro del Suicidio di Gianni non è scevro di casini e zozzerie. Ma laddove le zozzerie del dentro pos-siedono, al limite, valore di indiziario & probatorio (del fallimento o della latente fallacia dell'ordine) le discariche esterne hanno valore, in un certo senso, testimoniale. L'ordine illusorio del dentro è stato prodotto. Ha consuma-to risorse. Ha implicato il pagamento di un prezzo. Ha dato luogo a scorie e fallimenti generativi. C.1. Nel ventre di Gianni. Nel ventre di Gianni, il seme, la gittata, il desiderio da cui lui viene - buttato e recuperato. La lingua, poi sua, non ancora lavorata. Pur nella loro zozzeria questi stadi intermedi hanno dignità e bellezza. Come aborti, somigliano a preghiere. C.2. Io - da fuori. Da un punto di vista completamente esterno, sia al Suicidio di Gianni, sia al Suicidio di Umberto - prospettiva a me momentaneamente preclusa, tranne che per mistica (il mio lavoro non è terminato) - i testi delle discariche non costituiscono, integralmente, finzioni. D. Ubicazioni. Così come le colonne della cornice, le discariche iniziano rigorosamente alla pagina sinistra. Aperta la copertina, girata la pagina con indicazione della collana, del curatore di collana e dell'editore (Indicativo presente, giulio mozzi, Sironi), visti sul suo retro le specifiche di produzione, distribuzione, diritti d'autore, eccetera, c'è una pagi-na bianca. Sul retro della pagina bianca destra, cioè a sinistra, ha inizio la prima discarica. Esterna al Suicidio di Gianni, in-terna al Suicidio di Umberto. La seconda discarica si trova dopo la pagina relativa all'elenco dei titoli e degli autori editi da Il Monopolio, nella collana I Viaggi, a cura di Mario Parecchio (seguita dalla facciata con la notazione: "finito di stampare il…"), e prima delle identiche pagine Sironi. E. Interfacce. Dal punto di vista del Suicidio di Umberto, la pagina che indica collana, curatore, editore del Suicidio di Gianni (Viaggi, Mario Parecchio, Monopolio), recante sul retro le specifiche di produzione, distribuzione, diritti d'autore, eccetera, costituisce una sorta di interfaccia. Si tratta di una pagina di narrativa, per Umberto. Non per Gianni, Mario, Rinaldo e tutti gli altri. La precedente pagina, identica, indicante collana, curatore, editore (Indicativo pre-sente, giulio mozzi, Sironi), recante sul retro le debite specifiche, non può costituire un'interfaccia. A meno che tutto, tutto ciò che accade, adesso, in questo momento, non sia in realtà che… Mah. |
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| Il suicidio di Angela B. - prima ora | ||
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Fotte proprio un cazzo, eh?, sussurrava Faggiulo, vedendomi
testicolare col sorrisetto di quando facciamo stronzate. Era ancora incazzato
per prima, entrando in classe, che non l'avevo cagato, ma con gli occhi
acquosi e la bocca in virgola, rideva anche lui. Era un tranello, tranquillo
e con perversione aggiuntiva, pensavo, tant'è la capocchia zincata della
tele da polso occhieggiava da sotto il suo gomito. Ma anche se capivo
che si trattava di un'imboscata, ossia che Faggiulo, provetto congiurato,
intendeva intendersela, cioè farmi ridere per poi smerdarmi al kilo, non
riuscivo a reagire.
Faccia di merda… Silenzio per piacere!, diceva un accoglienza. E sollevando gli occhiali da sole per guardarci meglio, ribadiva che la Bidelli sarebbe stata in aula entro pochi minuti, che per via dei giornalisti la situazione era delicata e, rivolto a tutti, che cercassimo di dimostrarci maturi. Faggiulo, guardandomi nell'orologio, dissentiva. Allora provavo a pensarci alla Burzo, perché ci si doveva pensare no?, ma al posto della sua immagine vedevo soltanto una grande nuvola grigia, la grande nuvola di smog e nebbia della quale come i giornali avevano scritto, in modo brutto e criticato da tutti, tuffandosi nel traffico dell'ora di punta, aveva cercato l'abbraccio. Quest'immagine della Burzo che si tuffava dal cavalcavia dentro una nube che non lasciava vedere niente, e questo niente grigio torbido che l'abbracciava, e lei che ci si buttava dentro come una bungee senza corda, e l'idea dello schianto cieco e di tutti gli altri schianti poi succeduti, delle macchine che l'investivano facendola rollare come una palla di pezza in un flipper d'asfalto ghiacciato mi dava i brividi e mi faceva digrignare ancor più, inoltre dovendo appunto essere verificato, con questa disgrazia della Burzo non sapevo come la mattinata sarebbe andata finire, sennonché, manco dirlo, già m'immaginavo di utilizzarla, la disgrazia, per fini stronzi, cioè per scamparla, ben sapendo che era comunque tutto inutile, perché se continuava così, e ero certo sarebbe stata dura non continuasse così, ossia che la nausea esistenziale da studio finisse a breve, la prossima volta mi sarei trovato esattamente nella stessa situazione, perciò mi rendevo conto quanto vani oltre che stronzi fossero questi pensieri. Questi pensieri però giravano e giravano, velocissimi, vorticosissimi, le eliche mentali li sparavano ovunque, fuori dalla testa dentro il sangue, a ronzo come corrente, incasinandomi in particolare lo stomaco, costringendolo secernere inacidire, e proprio non la smettevano più! Col mio tamiso di chiocciole asterischi e con il penalty rimediato a settembre proprio in Italiano, un guaio prendere subito una scimmia o un asino, pensavo, con una professoressa nuova, malata di tumore, un po' fuori di testa che ti fa anche Latino dove sai benissimo le farai cascare le uova, e puoi solo sperare di bilanciare con bei giudizi in Italiano, che penalty a parte, potrebbe essere un'applicazione dove se il prof. fosse tranquillo potresti anche riuscire a instaurare un rapporto diverso e farti valutare non soltanto per l'abnegazione ma anche per i pensieri e le opinioni che esprimi sui tuoi problemi concreti, la tua vita, gli altri, il mondo eccetera, e farti conoscere comprendere per quello che sei veramente di là dell'abnegazione del far discorsi su cose astratte lontane nel tempo, cose che in fondo agli adulti insegnanti compresi non interessano niente, e francamente non si capisce perché dovrebbero interessare me, quelle cose, che non stanno né in cielo né in terra né in rete, ma sulla carta dei libri di scuola e basta.> Passato a settembre per il buco della cuffia quest'anno mi sono voluto mettere in prima fila per non fare cazzate come l'anno scorso che mi hanno dato quattro asterischi e tre chiocciole - ossia questo settembre, tesine colloqui a più non posso - fatta la media tutte praticamente con la scimmia e la rondine, ci giurerei, in realtà perché non leccavo, e poi facevo mafia con gente sbagliata, non con certi bei personaggi che so io, che s'inventano il gruppo di ricognizione integrata sulla fame nel mondo, contro il quale in sé non ho niente, se non che poi non hanno la pietà minima di passarti una riga di latino un risultato di matematica e tu sei li che li implori e loro che hanno già finito, a loro volta copiato, distolgono lo sguardo nauseati manco gli avessi scoreggiato sugli occhi, e quando va bene ti guardano che sembrano dirti, vedi?, potevi venirci anche tu al gruppo!, sapendo benissimo che non sarai mai poi mai ammesso, perché la tua quotazione al mercato di classe è prossima allo zero, e comunque, non gliele darai mai le cinquantamila Gibaldi e a Improta per copiare matematica e latino (e perché le chiedono a me o a Faggiulo e non se le chiedono anche fra loro, loro-gruppo di ricerca, intendo, Gibaldi e Improta, le cinquantamila, eh?), e quando va male invece: insomma, organizzati, qui siamo in troppi!, inventati un gruppo anche te, no?, e in ogni caso distolgono lo sguardo un secondo prima tu riesca produrre una qualsiasi recriminazione, tipo: cazzo, non mi avete mai invitato!, tipo, cazzo, non tutti hanno Internet!, tipo: cazzo, cosa c'entra il gruppo di ricognizione integrata colla verifica in classe?, cazzo, siete stronzi esclusivi!, istintivamente!, a colpo d'occhio, non avete nemmeno bisogno di far consiglio su chi è dei vostri e chi no! - aveva detto bene Izza, l'anno scorso, che in questa classe ci sono linee, punti, cerchi, poligoni di tiro e di forza, lobbies, rackets, elites e psicoapartheid!, altro che fame del mondo! Cosa me ne faccio di gente così virtualmente proba se poi la probità virtuale si rivela cifra borsistica della loro mondana e mercantile stronzaggine?, tipo la Meneghini Turà che con quel suo sorrisetto nonteladò da Britney Spears della domenica allo stadio perché-perché, mi fa: mettetevi tu Faggiulo e Izza con le Digrazie, no?, che restano a scuola di pomeriggio, nella saletta delle memorie di Tutor. Inventatevi un gruppo!, dice la baldracchetta, e allora con Faggiulo, senza dire niente a Izza, sennò casini con Faggiulo, ci siamo andati, dalla Burzo la Busulioni e la Fumagalli, e dopo essersi guardate riguardate, ci hanno detto che per loro vabbè, ma noi ce l'avevamo un'idea?, perché a loro, casomai, interessava il discorso famiglia. Cioè?, ho fatto io, che non capivo cosa avessero da ridere sotto i baffi, le Disgrazie, che pareva proprio stessero a pigliarci per il culo, e rispondono cioè che viviamo in un mondo che è contro la famiglia, no?, e vedevo che guardavano Faggiulo, e capivo che in qualche modo gli facevano il verso, perché una volta lui aveva fatto un discorso un po' analogo, in un tema che era stato criticato, cioè che fare figli prima era un dovere, poi è diventato un diritto, così, ecco il divorzio!, adesso è un optional, così ecco l'aborto!, e insomma con la procreazione le donne fanno quello che vogliono, per quanto tempo vogliono, e nel modo che vogliono, mentre invece bisognerebbe ritornare un po' al senso del dovere. Però non tira!, non tira la famiglia!, ho detto io, cercando di essere serio e di fare capire che non eravamo li a sparare cazzate fare gli scemi con loro, e allora la Burzo ha detto che, in effetti, non aveva molto senso fare un gruppo a cinque, secondo lei. Che il gruppo sulla fame del mondo funzionava perché erano in dieci-dodici persone, con i compiti ben divisi, e la Zugno che faceva il capo incontrastato, e insomma o in tanti o in pochi, sennò né carne né pesce. E che cazzo!, ho detto io, allora, e la Busulioni e la Fumagalli hanno fatto un ghigno e hanno detto: in fondo, voi due cosa c'entrate con noi?, al che Faggiulo è divampato, tutto rosso, e ha urlato: con voi, un cazzo di niente!, e la Busulioni, ma corri sfigato!, e Faggiulo: Disgrazie!, Disgrazie del cazzo!, che le chiamavamo così, perché non erano un gran che, sebbene una bottarella insomma-insomma anche senza sacchetto, e poi perché si diceva portassero sfiga, e come una volta - mi raccontava mio padre - quando si vedevano le suore o certe automobili, tipo le prinz verdi, ci si toccava e si diceva suora tua, prinz tua, così facevano molti anche in classe nostra con le Disgrazie, ma soprattutto con la Busulioni e la Fumagalli, che erano meno braciole. Ma s'è per questo, lo fanno anche con me con Faggiulo, per non parlare di Izza, che ogni volta che apre bocca, tutti fanno il suono del vento e si toccano le orecchie. E, naturalmente, con Asdrubale, che tutti si toccano le palle, perché è Down. Sennonché quella volta Faggiulo schizzava lasciandomi al gelo con le Disgrazie, interdetto nell'intimo. Non sapevo più cosa dire. Indecifrato e sudato com'ero mi veniva quasi da scusarmi, inchinarmi, girarmi e battere in ritirata, ma la Burzo con un sorriso giocòndeo mi si avvicinava, e guardando fisso al riottoso Faggiulo, ormai in lontananza, soavemente disse: ti vuol proprio bene, eh?, e poi se ne andava. Certo, dovrei essere più bravo e lamentarmi meno, ma resta il fatto che alla fine questi personaggi d'avanguardia mediatica, qualsiasi giudizio racimolino, e non sempre si tratta di giudizi lusinghieri, risulta che però si sono straordinariamente impegnati e vanno dunque straordinariamente tutelati perché hanno proposto il gruppo di ricognizione integrata, hanno scovato siti con notizie interessanti su qualche interessante argomento, tipo la fame nel mondo, oppure la fame nel mondo, o anche la fame nel mondo, e perché no, la fame nel mondo, proclamando cattivo chi finge di non sapere peggio, ignorante, perché solo gli ignoranti non sanno e non vogliono sapere, mentre chiunque sia ammesso al gruppo di ricognizione integrata sulla fame del mondo diventa automaticamente buono bravo e sapiente perché buono bravo e sapiente è di là di ogni ragionevole dubbio chi s'impegna sulla fame del mondo, che è un argomento molto concreto, ben più concreto dei campi di concentramento della seconda guerra mondiale, che certo non devono assolutamente essere dimenticati, e che del resto dopo certe osservazioni di Faggiulo, Cevicecich, Nardo, Platz e Rosiri, sono diventati oggetto del dibattito di Filosofia dove abbiamo messo a fuoco il problema della sovrappopolazione del mondo e della natalità zero in Italia, e siamo arrivati alla conclusione che per risolvere la fame del mondo bisogna far diminuire la popolazione del terzo mondo con metodi pacifici, e per quanto riguarda l'Italia, smetterla con questa cultura dei lustrini e del successo del '68, e tornare ai valori di prima del '68, cioè soprattutto la famiglia, ma anche il rispetto della patria, intesa però come Pianeta Terra, senza per questo rinunciare alle conquiste della storia come per esempio l'emancipazione della donna, poiché infondo spetta pur sempre alla donna fare più o meno figli, dunque deve sapersi regolare, dibattito culminato in un tema che proponeva questo quesito: Lager Perché?, ove ha svettato, al solito, la Zugno, dicendo che il terzo mondo era il lager dell'occidente imperialista e infatti i nazisti di oggi, erano razzisti con gli extracomunitari, richiamando l'attenzione sulla perdita di memoria del presente e sulla necessità di focalizzare il problema della fame del mondo, talché (per citare come scrive la Zugno) chi si impegnava veramente sul tema della fame del mondo non poteva essere in nessun modo nazista e diventava automaticamente buono bravo e sapiente perché buono bravo e sapiente era di là di ogni ragionevole dubbio chi s'impegnava sulla fame del mondo e, fermamente inteso a scovare nuove notizie sulla fame del mondo, coglieva ogni occasione di confronto, per esempio alle verifiche di disegno tecnico, trigonometria, fisica, latino, storia, filosofia, biologia e chimica allorché (sempre per citare come si esprime la Zugno) abilmente si collegava alle problematiche della fame del mondo, faceva il punto della situazione ch'evolve di giorno in giorno e direi anzi di ora in ora, visto ch'evolveva furiosamente dall'ora di italiano a quella di matematica quella di filosofia, e sul sito della fame del mondo c'erano due numerini che rutilavano, e quasi credevi fosse un conto alla rovescia tipo che doveva partire un missile oppure che da qualche parte sarà stato capodanno o così, e invece era l'evoluzione della fame del mondo: i due numerini che rutilavano erano, a destra, i morti di fame del mondo, e a sinistra, con un rutilìo ancor più sconcertante dell'altro, i nati nella parte di mondo che ha fame, sicché era impossibile non restare sconcerti e aggiornarsi, dunque si parlava quasi esclusivamente della fame del mondo. Si trattava infatti di un argomento sul quale non si era mai sufficientemente informati, e anche quando lo si era chissà perché si tendeva dimenticare, prestando fianco al nazismo che godeva non a caso della simpatia degli ignoranti e del novanta per cento dei giovani, di conseguenza compito della scuola era far fronte questi deficit d'informazione memoria del presente, rimunerando fra gli alunni e i professori coloro che più si adoperavano in tal senso. Così proponeva la Zugno - ispiratrice del gruppo (come faceva già in prima avere le idee tanto chiare?) - perché non presentare alla maturità un sito di classe che raccogliesse i dati quinquennali del gruppo di ricognizione integrata in una sorta di osservatorio talché le classi che sarebbero venute dopo la nostra avrebbero potuto osservare la fame del mondo da una posizione privilegiata? Ma certo!, perché no!, peccato che il gruppo è fatto di dieci persone, e non di ventidue; però, nel frattempo i giudizi non sono più quel che sono, cioè scimmie con la rondine, ma rondini con nuvoletta se non addirittura pure semplici rondini, cioè, detto in termini d'altri tempi, più che sufficiente. Si capisce che poi a fine anno, sgombri d'asterischi e chiocciole, col loro bottino di rondinelle ciel sereno, vanno a fare le ferie di cui parlano da mesi, mentre io - quest'estate più che mai - non solo niente Interreil con Faggiulo e suo fratello, come finalmente sembrava forse proprio, ma allucinante psicodramma familiare: separatisi in primavera, tornati assieme giusto in agosto, ecco che i miei non mi mollano più, manco dovessero riparare loro, modello elementari, quando m'insegnavano le operazioni, riuniti e contenti, penati!, al crepitante focolare della preoccupazione genitorial-filiale. Talché giù con ricognizioni a nastro sulla fame del mondo aiutandoci in mancanza di Internet - papà è contro, e in fondo anch'io, anche se avendo internet avrei uno straccio di ***(1) per non essere completamente tagliato fuori dal gruppo di ricognizione integrata che mi alzerebbe le medie - aiutandoci coi metodi di rilassamento imparati a Dinamica Mentale, per capire, cioè sentire in profondità, in cosa veramente la fame del mondo consista, specie in Africa, così bella dunque facile da meditare, che non a caso dice mamma, è sempre uno dei posti più intelligenti per le vacanze, soprattutto l'Egitto. (1) Deterrente. Parola mancante.
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| Il
suicidio di Angela B. - prima giornata |
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| Alla
gentile attenzione Della Professoressa Sig.na Elvira Bidelli |
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Padova,
28 marzo 2000. |
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Cara Professoressa
le sembrerà forse strano, brutto, o addirittura tragico, nel senso di un tragico segno dei tempi, ma questa è la prima lettera che scrivo in tutta la mia vita e benché negli ultimi tre mesi, con stupore da parte di chi mi conosce, abbia fatto con la scrittura parecchia pratica (il racconto che troverà allegato a questa lettera ne è testimonianza), devo confessarle che sono molto disorientato. Anzitutto perché lei è ricoverata in ospedale gravemente malata e mi dispiacerebbe affliggerla. In secondo luogo perché sto tentando di avvicinarmi a lei non semplicemente come alunno, o soltanto in seconda battuta come alunno, ma non essendoci mai stato fra noi alcun discorso non so che forma dare al mio approccio. Le lettere, immagino, dovrebbero rispettare una certa forma o almeno farci riferimento, e questa forma che le lettere dovrebbero rispettare varia oltre che in relazione alle intenzioni di chi scrive anche secondo il rapporto fra scrivente destinatario. Ma con lei, professoressa, le incertezze che circondano le mie intenzioni si mescolano al fatto che mi manca per così dire lo stampino, così l'insicurezza e l'assenza dello stampino diventano tutt'uno. Questa mattina, mentre tergiversavo davanti alla pagina bianca, ho scoperto che il mio programma di videoscrittura, sotto la voce modelli, accanto fax curricula eccetera, propone dieci tipi di lettera. Cioè dieci stampini, cioè dieci fondamentali tipi di relazione fra persone, o almeno dieci fondamentali forme di relazione epistolare. Questi dieci stampini epistolari erano distinti in due grandi categorie, quella delle lettere formali e quella delle lettere informali. Le lettere della categoria informale si differenziavano dalle altre perché non erano riconducibili al mondo del lavoro, che dagli esempi risultava una sfera di molte poche parole. Scelta la categoria delle lettere informali, sua volta suddivisa in tre classi: lettera classica, lettera moderna e lettera contemporanea, dopo alcuni indugi, dovuti in parte al fatto che non era previsto un esempio di relazione fra una persona sana e una malata e che erano escluse ipotesi che accennassero, per esempio, al soggiorno del destinatario in qualche luogo di prigionia, come in un certo senso mi sembrava anche l'ospedale, ho deciso di affidarmi al terzo tipo di lettera informale: la lettera informale contemporanea. Quindi, fantasticando su una mia informale contemporanea strategia espistolare di avvicinamento a lei, considerando le cinque opzioni disponibili sotto questa voce, opzioni chiamate stili: passionale contemporaneo, familiare contemporaneo, confidenziale contemporaneo, amichevole contemporaneo, elegante contemporaneo, ho selezionato la quarta denominata: stile amichevole contemporaneo(informale. L'ho fatto in modo scherzoso e non certo con l'intenzione di attenermi scrupolosamente al modello, casomai, per curiosare fra funzioni di Word che non avevo mai notato, allo scopo di farmi venire un'ispirazione per aggirare la pagina bianca. Magari, pensavo, trovo una frase generica buona per cominciare che a correggere poi faccio sempre in tempo. Ma purtroppo mi sono arenato all'istante, così invece di iniziare la lettera, continuando a rimuginare su stampini stili modelli e intenzioni, ho scritto delle cose tendenzialmente angoscianti che lì per lì mi sembrava non c'entrassero niente che però dopo pranzo, mentre passeggiavo nel parco sotto casa per prendere una boccata d'aria fresca, ho capito invece potevano anche entrarci, e che in fin dei conti non erano poi così terribili. Allora, sperando di non annoiarla troppo e per prendere un po' confidenza, le trascriverei certi pensieri che ho fatto questa mattina davanti alla pagina bianca. Se non trattano proprio di quello che le devo dire, sono tuttavia collegati al racconto di cui le ho accennato sopra, che come avrà visto dal titolo, Il suicidio di Angela Burzo, parla del suicidio di Angela Burzo secondo me. Cioè delle mie emozioni di quella mattina che abbiamo saputo del suicidio di Angela, della discussione che lei fece con la classe di tante altre cose che nel racconto non sono riuscito a raccontare, cioè a spiegare, ma che mi piacerebbe capire tesaurizzare col suo aiuto, senza impegno. Direi anzi che il motivo per cui le scrivo è proprio questo: provare spiegare lo stato di confusione in cui mi trovo e chiederle consiglio su quello che dovrei o non dovrei fare, sempre che lei ne abbia voglia.
I pensieri della pagina bianca partivano da questa duplice
considerazione: la tipizzazione informatica degli stili epistolari del
mio programma di videoscrittura, oltre che sinistra, è anche suo modo
rassicurante. Infatti se da un lato il pensiero della prevedibilità dei
comportamenti che danno capo alle situazioni della vita mi fa venire la
pelle d'oca, perché mi viene in mente che siamo tutti dei robot fatti
in serie oppure freddi tecnici di situazioni, che applicano un insieme
di operazioni per ottenere un risultato prestabilito, d'altro canto, in
verità, la tipizzazione informatica del mio programma di videoscrittura
sembra presupporre un mondo caratterizzato da una stabilità di relazioni
e da una certezza di situazioni alla quale l'uniformità dei comportamenti
fa riferimento come a una consolidata tradizione. Sembra cioè presupporre
un mondo un po' all'antica che ricorda il modo di essere di apparire dei
miei nonni materni (da parte di papà sono morti tutti due).
A differenza di me dei miei genitori, benché non si tratti esattamente di uno stile amichevole contemporaneo, i miei nonni materni, in effetti, qualcosa come uno stile ce l'hanno, e se ha mai visto un film di 007, faccia conto uno 007 in pensione, potrà farsene, pur molto vaga, un'idea. Lo stile dei miei nonni, però, sia per coerenza e continuità di comportamento, che per una certa rigidità che trascorre dai movimenti del corpo agli abiti che indossano ai giudizi che pacatamente, ma senza sosta, trinciano, potrebbe tranquillamente passare per ipocrisia bella e buona se non fosse che sono visti come vecchi, ossia persone che non capiscono il mondo in cui vivono, e tanto meno con lui c'entrano. Certo è che se io mi comportassi come loro non solo risulterei falso e artificioso, ma anche parecchio, e lo stesso vale per i miei genitori. Secondo mio padre, specie nel caso di mio nonno materno, conta il fatto che era un tenente colonnello carabiniere. Il suo essere carabiniere, cioè la sua carabinierità, si è in qualche modo trasmessa alla nonna, e in seguito alla figlia, cioè a mia mamma (e forse, attraverso mia mamma, a me). Comunque sia, ipocriti o meno, malgrado un luogo reale in cui il loro modo di essere apparire risulti appropriato non esista probabilmente più nemmeno nei dintorni dell'Arma, resta il fatto che i nonni hanno stile, e che qualcosa nel loro stile trascende il luogo il tempo più appropriati al suo sensato esercizio. Non so se mi spiego - poco sopra ho detto che sono fuori luogo fuori tempo, quindi sto contraddicendomi - ma a me sembra lo stesso così: c'è un elemento di trascendenza, sebbene inutile, o inappropriato, o inadeguato. Quasi che dispongano di una specie di programma di deframmentazione che li compatta in un unico pezzo coerente, con files errati in un ripostiglio ben sigillato, sia singolarmente che in coppia, e che li fa sembrare meno contraddittori di tanti altri, ricchi e poveri, vecchi e giovani. Quello che voglio dire è che, in un certo senso, l'essere fuori luogo di mio nonno dipende da un eccesso di forma, dal presentare una forma compiuta, come se quel programma di deframmentazione, che rimuove ignora o disattiva certe emozioni del cuore, nel complesso lo disciplinasse, salvandolo di situazione in situazione dalla mostruosità e dalla deformità. È proprio la compiutezza di questa forma l'elemento che trascende, collocandosi in un sempre incollocabile, perché fuori tempo e fuori luogo. Osservando le signore sedute composte sulle panchine esposte
al sole, e i cagnetti di fianco accucciati a godersela, pensavo che a
me in fondo non dispiace che dentro sé stessi gli esseri umani siano,
se non più simili, simili almeno quanto lo sono fuori, e che questa similitudine,
che è una similitudine di tipo particolare, cioè la similitudine cui si
fa riferimento quando si usa l'espressione il mio simile o anche
il mio prossimo, non solo superi le barriere sociali e dell'età,
ma si estenda tutte le popolazioni della terra e si conservi nei secoli.
Del resto, pensavo, il tenue effervescente calore del sole mi sembrava
un'innegabile fonte di contentezza per tutti e per sempre - tipo anche
per i paleoveneti. Però avevo l'impressione che più il mondo diventava
uniforme nel senso che siamo tutti nella stessa barca virtuale meno questa
particolare similitudine era reale, cioè più il mondo diventava il Globo
più questa faccenda della similitudine si rivelava una fantasia o tutt'al
più un'idea. Insomma, un'uniformità senza similitudine, pensavo. Non é
strano? Da un lato, pensavo, c'è oggi una grande offerta di modelli di
comportamento e anche di scrittura: basta guardare i personaggi,
tanti, seducenti, disponibili e intercambiabili (oppure insostituibili,
nel senso delle figurine). Ma dall'altro c'è il desiderio trovare il minimo
di uniformità che permetta di non essere esclusi e incompresi e sgradevoli.
Cioè, come dice Faggiulo, gente con cui non si ha voglia di avere che
fare perché ci si annoia e ci si sente fermi inchiodati marcire sulla
panchina senza mai niente da dire senza conoscere gente di conseguenza
anche umiliati - anche se è da precisare che Faggiulo non arriva dire
che sulla panchina con me si sente umiliato, ma parla in generale. Forse
perché lui così non si sente, e se si sente umiliato, pensa subito che
io mi sento umiliato a causa sua, sicché si limita un costante risentimento
nei miei confronti, specie quando faccio discorsi simili a questi che
scrivo, che però, parlando, faccio peggio. A me piace pensare che il mio simile si esprima in modo
originale, professoressa. Ma mi piace anche che la similitudine fra me
il mio simile esista davvero (un mondo privo sia di similitudine che di
originalità: sto forse esagerando?). Vergogna rabbia gioia paura simpatia
eccetera sono più o meno la stessa cosa per tutti, così come lo sono certi
gesti delle mani o il sorriso della bocca o gli sguardi cattivi degli
occhi: una grammatica minima dell'espressività come interfaccia. Se così
non fosse capirsi sarebbe ancora più difficile di quanto non sia in realtà,
giacché, in realtà, come tutti sanno, capirsi, pur vivendo l'era della
Comunicazione, è diventato quasi impossibile. Sennonché giù al parco mentre
pensavo al problema delle mie intenzioni contraddittorie, dello stampino
assente, dello scorrere non problematico e incompreso delle situazioni,
d'un tratto mi sono detto che forse l'aderenza uno stile, almeno nella
scrittura, che è più piccola della vita, avrebbe potuto addolcire il mio
problema di deformità. Componendola mediante una scarpa inizialmente scomoda,
magari sgraziata, ma con la vocazione aggiustarsi al piede. È stato
così che per l'ennesima volta ho pensato Angela, al suo mondo, cioè l'insieme
dei suoi stampini, e alle sue difficoltà di comunicazione, che forse non
erano vere difficoltà, ma semplicemente scelte valorizzanti all'antica,
non consumistiche operate nel segno dell'oculatezza e della parsimonia
comunicativa, finalizzate una sua compiutezza trascendente.
Cari miei Angela si è uccisa, pensavo, molto probabilmente, con premeditazione
lunga e coltivata, tale da trasformare il suo gesto in qualcosa che si
può compiere con scioltezza. Gli articoli riguardanti la guerra fra la
famiglia della Burzo e quella di Izza, e le ipotesi di omicidio, oltre
che un orrore, sono pure semplici follie. Comunque è stato un fuoco di
paglia, per fortuna. Macché omicidio. Angela si è uccisa. E lo ha fatto
con la naturalezza un po' insensibile che si raggiunge quando si agisce
secondo procedure - il tiro finale della cravatta, fatto il nodo. Eppure,
come può essere stato? Come gli è saltata in mente una cosa così? E quando?
Un giorno qualsiasi di tanti mesi fa, ho pensato. Magari al risveglio,
che è spesso un momento difficile. |
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