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| Tullio Avoledo | ||
| Nota preliminare | ||
| Quando mi è stato detto che avrei dovuto scegliere un brano del mio romanzo, da leggere in un quarto d'ora, ho provato una forte perplessità. Ho inutilmente frugato per tutto un fine settimana fra le pagine del dattiloscritto cercando di trovare un brano che desse un'idea almeno approssimativa della trama complessiva del romanzo. Purtroppo non l'ho trovato, semplicemente perché un brano del genere non esiste. Ne L'elenco telefonico di Atlantide confluiscono infatti diverse sottotrame. Il brano che ho scelto introduce in modo abbastanza compiuto il protagonista del romanzo e riassume bene una di queste sottotrame (quella delle disavventure di Giulio Rovedo alle prese con Bancalleanza e la Grimm Consulting, emanazioni della Covenant Foundation). Al tempo stesso può risultare decisamente fuorviante, in quanto nulla dice sugli altri filoni di Atlantide: quello del "complotto planetario" della Covenant (e quindi della ricerca dell'Arca dell'Alleanza); quello della scoperta, nelle cantine di un condominio di Pista Prima, di una presunta Fonte dell'Eterna Giovinezza; quello delle disavventure sentimentali e personali di Giulio, paragonabili alle bibliche pene di Giobbe; quello del "dio d'acqua" Aurelio Fabrici e della variopinta umanità del condominio "Nobile"; quello del ritorno al potere degli Dei dell'antico Egitto, o forse degli Arconti gnostici, o di entrambi; quello del conflitto tra reale e virtuale e della progressiva "perdita di segnale" della realtà; quello di Soul Catcher 2025, progetto della British Telecom di cui mi parlò Arthur C. Clarke in uno scambio di lettere sul tema della sopravvivenza della mente umana dopo la morte, e che è in definitiva, come si scopre negli ultimi due capitoli, il tema centrale del racconto, oltre che il suo primo motore. Insomma, avrei voluto farvi conoscere tutti i personaggi e le trame del romanzo, ma in un quarto d'ora di lettura è semplicemente impossibile. Non mi resta quindi che rimandarvi alla lettura del libro, che è qualcosa di molto diverso dalla storia di miserie umane e aziendali che il brano scelto potrebbe far credere. | ||
| L'elenco telefonico di Atlantide | ||
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In stazione a milano c'erano in vendita solo giocattoli
orrendi. Ho preso quello che mi sembrava meno brutto, una scatola con
dentro un pupazzo dalla pelle scura e i pezzi per vestirlo e attrezzarlo
da faraone egizio. Non ne avevo mai visti. O è una novità o un fondo di
magazzino; però non credo che sia una novità.
L'atrio di questa stazione mi ricorda sempre l'infanzia, quando accompagnavamo mio fratello gianluca alla scuola ortottica a lugano. Cambiavamo treno a milano, e a distanza di tanti anni ricordo ancora il sapore delle pizzette del bar, l'odore di arance della carrozza di seconda classe, col carrello che si muoveva annunciato dal suo campanello dorato di vagone in vagone. I topolino di seconda mano comprati in un negozio del centro. A volte gianluca aveva l'occhio bendato. C'era un che di epico in quei nostri viaggi di andata, col mio fratellino di sei anni che sembrava un ferito di guerra e rispondeva orgoglioso alle domande degli altri passeggeri sul suo occhio. Il ritorno invece era sempre triste. Mia madre parlava poco. Gianluca ci salutava, dritto in piedi alla svolta del viale della clinica, ingolfato di lacrime trattenute, mentre noi salivamo nel taxi. Durante il breve tragitto in auto mia madre non la finiva di contare e ricontare quelle monete straniere, come poi controllava più volte anche il resto. Io un po' me ne vergognavo. Ricordo le curve ampie della strada in discesa, con le villette dall'aria curata, i giardini di un verde cupo e il grigio piombo del lago. Lo stesso grigio di questa stazione, più di trenta anni dopo. L'unica differenza è che ora viaggio in prima, che però non mi sembra molto meglio dei vagoni di seconda di un tempo. L'intercity è in orario, dovremmo farcela in tempo per la coincidenza a mestre e arrivare a pista prima per le ventuno e venti. Da bambino immaginavo i treni del duemila come pallottole d'argento, monorotaie e treni a levitazione magnetica che avrebbero unito le città d'europa in un baleno. * * * Giulio stiracchia le braccia e le gambe come un gatto. Lo scompartimento è deserto. La periferia di milano scorre lenta davanti ai suoi occhi, vagamente minacciosa. È come passare accanto a un animale dal sonno leggero: un passo falso e potrebbe inghiottirti in un boccone. Poi il treno acquista velocità: gli ultimi grattacieli, un alto muro di mattoni rossi, una torre dell'acqua ed è libero in corsa verso casa. Alle prime avvisaglie di campagna ai finestrini giulio toglie dalla custodia il suo discman. Le batterie ricaricabili sono a due terzi di potenza, abbastanza per arrivare fino a casa. Il cd già inserito è night prayers dei kronos quartet. Giulio ascolta a occhi chiusi il k'vakarat del compositore argentino osvaldo golijov, un canto liturgico interpretato dalla voce di un vecchio cantore di sinagoga. Il compositore l'ha dedicato alla memoria del rabbino marshall meyer, che aveva salvato - stando alle note di copertina - innumerevoli vite durante gli anni della dittatura militare argentina. "Come un pastore raduna il suo gregge e lo fa passare sotto il suo bastone, così al tuo passaggio tu numeri e registri ogni essere vivente, fissando la misura di ogni vita e decretandone il destino". Giulio chiude gli occhi e lascia filtrare fra la musica i ricordi della giornata, come tè scuro che riempie lentamente una tazza. Ritorna all'incontro della mattina, all'ufficio legale di bancalleanza. * * * L'ufficio legale di bancalleanza si annida in un palazzo di sette piani di vetro fumé e acciaio, incastrato come s'incastra di forza il pezzo sbagliato di un puzzle fra edifici più nobili e antichi dietro piazza della scala. All'ingresso giulio consegna la carta d'identità all'addetto alla sicurezza, che dopo aver brevemente informato qualcuno al telefono ("Security checkpoint; c'è qua il signor roveda della popolare del piave, dove lo faccio salire?") gli allunga un pass col numero duemilacentodieci. Settimo piano, al legale, chieda dell'avvocato berti. L'ascensore è di quelli ultrarapidi; un attimo di salita e la porta si spalanca in un corridoio strettissimo su cui si affacciano decine di porte aperte, dietro le quali si intravede un alveare di minuscoli uffici. Giulio si affaccia al primo di quegli uffici bonsai, dove una ragazza coi capelli biondi a caschetto fuma una sigaretta fissando un dossier chiuso alto un venti centimetri. Cercavo l'avvocato berti. Berti è del legale. Sta al quinto piano. Questo è il settimo. Deve scendere di due piani. Il quinto piano è esattamente identico al settimo. Persino le stesse piante finte, nella stessa posizione di quelle due piani più in alto. Giulio si chiede se l'ascensore non sia guasto e in realtà non si sia mai mosso dal settimo piano, quando un uomo sulla cinquantina gli si fa incontro con passo elastico da sotto un cartello di VIETATO FUMARE, porgendogli la mano. Giulio la guarda. Oh, scusi, fa l'altro, spostando la sigaretta nella sinistra e tendendogli di nuovo la destra. - Sono vittorio berti. - Giulio rovedo. Piacere. - Il viaggio com'è stato? - Tranquillo. - Ha avuto difficoltà a trovarci? - No. Nessuna difficoltà. - Bene. - Ho visto che ci sono dei poliziotti in tenuta antisommossa, qui sotto. - Ah sì? Ecco, se vuol lasciare cappello e cappotto nel mio ufficio, poi l'accompagno alla riunione. Abbiamo prenotato una stanza all'organizzazione legale, al settimo piano, perché qui alla consulenza staremmo un po' strettini. L'ufficio dove giulio lascia il soprabito e il cappello è ancora più piccolo dell'altro. Su una scrivania ingombra di fascicoli e carte sparse in disordine troneggia un computer dall'aria nuovissima, sul cui schermo scorre troppo veloce la scritta bancalleanza - consulenza legale. - Venga, che siamo un po' in ritardo. Non era mai stato in questo palazzo? - No. - È il terzo trasferimento in un anno. Prima eravamo a milanofiori, non le dico la scomodità. Ecco, siamo arrivati. Settimo piano, per la seconda volta. L'ufficio della fumatrice bionda adesso è vuoto. Berti si affaccia al cubicolo a fianco, domandando quale sala riunioni è stata prenotata. Nasce una breve animata discussione di cui giulio coglie soltanto qualche parola rabbiosa pronunciata da una robusta voce femminile, prima che berti si chiuda dietro la porta. Prenotare prima. Tempo contato. Massimo mezzogiorno. Un minuto dopo l'avvocato fa riemergere la testa dall'ufficio, con un sorriso ben oliato. - Bene, pare che potremo liberarci dal nostro impegno prima del previsto. En passant, ti va se ci diamo del tu? Fra colleghi, voglio dire. * * * La sala riunioni è una stanza d'angolo abbastanza spaziosa, a destra in fondo al corridoio. Dentro non c'è ancora nessuno. Dalle finestre si vedono quelli che devono essere i tetti più brutti di milano, e un ripetitore gsm della omnitel a meno di cento metri, sul tetto di un altro edificio. - Bruttino, vero? Pensa che ne abbiamo un altro della tim proprio sopra la testa. Sette piani più in basso, sullo stretto trapezio di porfido della piazza, la polizia si dispone in fila davanti a un edificio anonimo e altrettanto vetrofumé di questo. Ah sì. Adesso ricordo - fa berti, avvicinandosi alla vetrata. - L'ho sentito alla radio. C'è una manifestazione di petrolchimici, stamattina. Qui accanto c'è la sede della finedison - aggiunge, con l'aria di scusarsi. Due ragazzi snelli come levrieri in completo grigio si affacciano alla finestra di un palazzo antico con l'insegna luminosa fin@mbro e il logo blu del duomo che parte a razzo verso il cielo. Uno dei due lancia uno sputo, con una nonchalance quasi elegante. La parabola calibrata porta lo sputo esattamente al centro della piazza, nella terra di nessuno fra lo schieramento di poliziotti e la minaccia che incombe in fondo alla strada, ancora invisibile ma annunciata da un suono ritmato di fischietti e dal rullare di un tamburo di latta. Un questurino, accortosi del lancio, alza la testa coperta dal casco verso le nostre finestre. Berti si ritrae di scatto, come una lumaca nel guscio. - Sì, bene. Direi che possiamo accomodarci, in attesa degli altri. Ma gli altri stanno entrando in questo preciso momento, come in una commedia di feydeau. * * * - Allora, facciamo brevissimamente le presentazioni perché abbiamo veramente pochissimo tempo. Io sono nicola de rege dell'ufficio legale. Questi alla mia sinistra sono il dottor mele del marketing e la signora giuliana argentoni dell'organizzazione. Poi c'è l'avvocato berti che cortesemente verbalizzerà l'incontro. Lei, lo dico per gli altri, è il signor giulio rovedo, dell'ufficio legale della cassa di credito cooperativo del tagliamento e del piave. Dica, ma un nome più corto non c'era? - Non so. Quando ci sono entrato si chiamava già così. Se si riferisce al nome della banca. De rege per un attimo rimane perplesso. - Ah beh. Certo. Va bene. Allora, mancherebbe ancora il dottor gottman della grimm, ma direi che possiamo anche cominciare da soli. Allora, prima di tutto le buone notizie, signor rovedo. Il fatto nuovo rispetto a quando abbiamo fissato questa riunione è che nel frattempo, anche se solo in linea di massima, badi bene, comunque si sarebbe raggiunto un accordo sul fatto che la consulenza legale possa rimanere per il momento decentrata sul territorio... Ma cos'è questo baccano? Si alza dal tavolo e va verso la finestra che dà sulla piazza. Uno alla volta lo seguono tutti. Il suono dei tamburi e dei fischietti è diventato insopportabile. - Cosa sono, quelli lì? Metalmeccanici? - Petrolchimici. - E con chi ce l'hanno? Il corteo è arrivato sotto le finestre del palazzo, a dieci metri dal cordone della polizia. Sarà un centinaio scarso di persone, quasi tutti uomini, con striscioni e cartelli. Sul tetto di una panda beige che si ferma all'imbocco della piazza c'è un megafono stridulo e un pupazzo che sicuramente è la caricatura di qualcuno famoso. - La finedison ha appena presentato il nuovo piano industriale - spiega berti. - Finedison - scuote la testa de rege. - Ah beh, poveretti. L'avvocato de rege torna al tavolo, seguito da tutti gli altri. - Allora, come dicevo, la consulenza per il momento rimarrà decentrata sul territorio, in attesa dell'entrata a regime del nuovo sistema di consulenza a struttura modulare integrata che credo ci verrà illustrato dal dottor gottman. Mi pare che lei dovesse portarci un riepilogo dell'attività del suo ufficio. - Ce l'ho. - Bene. Silenzio. De rege fissa giulio. - Le spiacerebbe mica mostrarcelo? - Sì. Cioè, no. Però è su dischetto. Bisognerebbe stamparlo. - Non sarà un problema per la struttura logistica di bancalleanza. Sia gentile, avvocato berti, prenda il dischetto e ne faccia sei copie stampate. Dicevo, allora, che per il momento la consulenza legale alla cassa di credito cooperativo continuerà ad essere prestata da un help desk locale, tenuto conto della specificità del territorio e del rapporto di consulenza anche su settori extralegali che il vostro ufficio stranamente si è assunto negli anni. Se mi consente, avvocato de rege, vorrei spezzare una lancia in difesa dei miei predecessori. Non è che abbiamo attuato una politica di espansione. Abbiamo solo occupato, per così dire, le nicchie ecologiche vuote, fornendo consulenza dov'era richiesta, anche quando più che un legale sarebbe servito un fiscalista, o magari uno psicologo. O un esorcista - vorrebbe aggiungere, ma si trattiene. - Ho letto la sua relazione preliminare, grazie, signor rovedo. Siamo già informati di tutto. Quello che conta è comunque la vostra assoluta peculiarità, che comporta inevitabilmente una revisione dei nostri parametri progettuali d'intervento. Non le nascondo che non eravamo abituati a problemi di questo genere. Personalmente è la settima incorporazione cui sovrintendo, ed è la prima che ci ha dato problemi del genere. Gli occhi azzurrini di de rege, che a giulio ricordano quelli di un preside particolarmente severo, si fissano su un punto vuoto della stanza, come se guardassero al di là delle cose. - Questi non sono tempi per l'originalità. Sono tempi in cui la parola d'ordine è razionalizzazione. La nostra arma vincente rispetto agli avversari, alla concorrenza, dev'essere la forza della falange macedone, della testudo romana, se capisce a cosa mi riferisco. Non siamo gli eroi semibarbari di omero che si lanciano in avventate mischie individuali o caricano alla cieca un avversario cento volte più forte inseguendo una stupida gloria. La nostra forza è la pianificazione; è l'omogeneità, è l'intercambiabilità di ogni risorsa all'interno di una struttura monolitica, determinata, con progetti a lunga scadenza. Lasciamo il romanticismo e l'improvvisazione alla concorrenza. La nostra forza è nella precisione del progetto, nell'organizzazione dello sforzo, nel perfetto utilizzo delle risorse. Noi costruiamo strutture destinate a resistere nel tempo. L'argentoni - una donna né brutta né bella sui trentacinque anni, con una camicetta scollata di seta e i polsi ingombri di bracciali tintinnanti - prende appunti su un bloc-notes, rapidissimi scarabocchi che sembrano geroglifici, almeno a giulio che le siede accanto. - La forza della nostra struttura - prosegue imperterrito de rege, - e l'esperienza consolidata di vent'anni, ci consentono di affrontare anche l'imprevisto della vostra diversità. Non ci fate paura. Dev'essere una specie di battuta, perché tutti, con minimi ritardi, si mettono a ridacchiare. A me invece voi ne fate, e tanta, pensa giulio. Un rullo più forte dei tamburi giù nella piazza sembra sottolineare l'allegria generale. - L'importante è superare di comune intesa anche questa piccola difficoltà e proseguire sulla strada prefissata, che è quella, vorrei che nessuno di voi lo dimenticasse, di diventare nel giro di due anni il più grande gruppo bancario italiano per fatturato e controllo del territorio. De rege proseguirebbe ancora, ma nella stanza è rientrato berti, con un fascio di fotocopie. Dietro di lui si staglia sul vano della porta un ragazzo altissimo, più vicino ai venti che ai trent'anni, con strani capelli di un biondo ai limiti dell'albino, gonfi sui lati della testa e pettinati in due onde all'indietro che ricordano vagamente le corna di un ariete. Il ragazzo ha l'aria delicata, le dita della destra con cui rivolge un parco gesto di saluto ai presenti sono lunghissime e quasi scheletriche. Sta finendo di dettare qualcosa in inglese a una segretaria molto graziosa, con occhiali dalla montatura antiquata che la rendono incredibilmente sexy. L'avvocato de rege si alza, accogliendo il ragazzo con un sorriso a tutti denti. - Dottor gottman, ci scuserà se ci siamo permessi di cominciare senza di lei. Più che altro volevamo sgombrarle il campo e presentare subito al signor rovedo la nostra decisione circa la consulenza provvisoriamente decentrata. Il ragazzo lo scruta con fredda curiosità. - Di che decisione state parlando? - Quella che è stata presa venerdì scorso, nel gruppo di lavoro. Perfezionata ieri in comitato congiunto. - Non ne sono informato. - Lei venerdì era a lione. - Nessuno me ne ha informato - ripete gottman, seccamente. Alza la testa verso la finestra e il coro operaio di vaffanculo, vaffanculo. - Come facciamo a lavorare, con questo fracasso? Non c'era una stanza più tranquilla? - Temo di no - risponde de rege imbarazzato. - Sono tutte occupate dai gruppi ORUS. - Qui però non si può lavorare. - Potremmo chiedere alla polizia di fare una carica - suggerisce giulio, facendo la faccia seria. Gottman sembra soppesare per un attimo quella possibilità. Si sentono solo le penne di berti e dell'argentoni, come due topolini che rosicchiano il silenzio caduto nella stanza. Prendere appunti è un modo come un altro per controllare la tensione. - Direi di no - sospira gottman. - Va bene, ci trasferiamo tutti di sotto, nel mio ufficio. Dovremmo starci, credo. Seguono gottman in fila indiana, ognuno portandosi dietro le sue cose. Si stringono poi in silenzio nell'ascensore che scende rapido di tre piani. Qui le porte sono più rade, le piante vere e rigogliose. Le scarpe scricchiolano sui pavimenti tirati a cera. Per tutta la durata del tragitto gottman ha continuato a dettare imperterrito alla sua segretaria, passando da una lingua all'altra con una naturalezza che giulio gli invidia e che glielo rende odioso. C'è una traccia d'accento straniero, nel suo italiano. Giulio non riesce a identificarlo con precisione, ma è sicuramente anglosassone. Carla saprebbe dirti non solo di che paese è l'accento ma anche l'università che ha fatto, questo stronzo, e con un po' d'impegno persino l'esposizione a sud o a nord delle aule. Giulio sa solo che gottman pronuncia la parola schedule come 'ƒedju:l, e non 'skedju:l, come a lui sembrerebbe più corretto. Il rumore della manifestazione, pur essendo più vicini a terra, quasi non si sente. La stanza in cui li guida gottman è un ufficio sul retro del palazzo, che si affaccia sul tetto di una chiesa barocca. Sul bordo del tetto passeggia una tribù di piccioni, che imitano dei pedoni su una piazza affollata: si incrociano, si scansano, tubano scuse o minacce, indaffarati ad andare su e giù lungo il bordo in bilico. Gottman stende il braccio e apre il palmo della mano, un gesto che è un invito, per quanto riluttante, a occupare la stanza, arredata con un'essenzialità spartana. Lui si siede in poltrona dietro una scrivania dal piano assolutamente sgombro. Berti rientra con sedie per quasi tutti e torna fuori a saccheggiarne un'altra per sé. - Allora - scandisce gottman. Quella singola parola. Una pausa di sette secondi. - Attendo una spiegazione. De rege si guarda ansiosamente le mani che tiene in grembo. La sua sedia color fucsia ha l'aria scomoda, senza braccioli. Tutti gli altri si sono seduti quanto più è possibile discosti da lui, che è l'unico a fronteggiare direttamente la scrivania. - Ritengo… È possibile… Che possiamo avere interpretato in modo errato la delega della direzione. - Non è "possibile". È certo. Siete andati nettamente oltre il vostro mandato. Le linee guida dell'intervento non erano abbastanza chiare? - No, no. Chiarissime. - Il modello previsto dal masterplan vi era stato spiegato adeguatamente? - prosegue gottman, come se spuntasse delle voci da un elenco stampato. Tutti tranne giulio muovono su e giù la testa come in un esercizio di ginnastica. - Allora cos'è successo? Dov'è il problema? De rege si schiarisce la gola. - Ci siamo sbagliati. - E…? - E avremmo dovuto informarla. Sicuramente. Chiedere la sua opinione. - Nicola, io non ho "opinioni". Io ho istruzioni. Precise direttive. Come tutti. Io non prendo decisioni. Voi non prendete decisioni. Noi eseguiamo. Punto e basta. Allora ripeto, per l'ultima volta, dov'è il problema? - Il fatto che la cassa di risparmio del tagliamento e dell'adige… - Del piave - lo corregge berti, per essere immediatamente incenerito dallo sguardo di de rege. - …del piave, presenta particolarità che la distinguono da tutte le aziende sinora integrate nel gruppo. - Me ne dica una sola, che giustifichi un trattamento speciale. - I loro contratti. Sono del tutto fuori dagli standard ABI. - Era così anche per la cassa di risparmio di crotone. - Ma qui è diverso. Là si trattava di contratti non aggiornati. La cassa del piave, invece, ha adottato una linea del tutto originale... - Questo era già stato evidenziato nel report iniziale. A costo di sembrarle monotono, e questa volta spero sia davvero l'ultima volta che sono costretto a ripetermi, dov'è il problema? L'uomo del marketing fa sentire per la prima volta la sua voce. È un cinquantenne basso e grassoccio, coi riporti sul cranio. Inconfondibilmente meridionale. Sotto l'odore del profumo si avverte una sudorazione molto forte, e un puzzo stantio di sigaretta. Indossa peraltro un vestito di ottimo taglio. - Se permette, dottore, le esporrei in estrema sintesi le considerazioni che ci hanno portato alla decisione di venerdì. - Decisione che per me proprio non esiste. Comunque vada avanti. Sentiamo. Mi ricorda il suo nome? - Sono giovanni mele, del marketing. - Non l'ho mai vista, alle riunioni precedenti. - Ho mandato il mio collega, il dottor venturini. Il problema, per riallacciarmi alla sua domanda, è che la cassa di credito cooperativo del tagliamento e del piave presenta un profilo assolutamente inedito, e che forse negli studi preliminari di fattibilità dell'incorporazione non è stato oggetto di adeguata riflessione. - Vada avanti. La seguo. - Quelli sono completamente fuori schema. Hanno contratti in un sacco di lingue. Dieci articoli invece della trentina proposta normalmente a livello di sistema. Contratti modulari. Contratti coi disegnini per i depositi dei minori. Persino un contratto di conto corrente in braille. Gottman alza le spalle. - Il masterplan non prevede margini di disomogeneità. E non, sottolineo non, prevede consulenza decentrata, né ora né mai. Se vi siete immaginati qualcosa di diverso vi siete sbagliati di grosso. Li fissa uno ad uno, soffermandosi per ultimo su giulio. - Quanto a lei, rovedo, lei dovrebbe proprio togliermi una curiosità. In questo… non so come definirlo... in questo elaborato… che ci ha appena consegnato, vedo che si parla di duecento ore uomo per consulenza su pignoramenti e sequestri. Il primo riepilogo che ci avevate fornito un anno fa indicava venticinque ore uomo. - Evidentemente era impreciso per difetto. Stavolta abbiamo posto più attenzione nel rilevare i dati. - Vedo. Quindi ammettiamo che duecento ore siano giuste. Però qui, al foglio due, vedo che avete aumentato significativamente anche i pareri scritti su questioni legate alle successioni. Da dieci siamo passati addirittura a sessanta l'anno. Altre trenta ore. - Sì. È un'attività che richiede un certo studio. Ogni successione è un caso a sé. - Dalle vostre parti dovete aver avuto qualche epidemia di cui la stampa non ha dato notizia al resto del mondo. Il tasso di mortalità dev'essere salito vertiginosamente, per giustificare una mole di attività del genere. - È stato un inverno piuttosto duro. Poi con la fusione ci sono state un sacco di nuove assunzioni, e si sa che il personale va formato. - E immagino che tutto questo potrete documentarlo. - Naturalmente. È tutto lì, nero su bianco. Gottman sfoglia con estrema lentezza il suo printout del foglio elettronico fornito da Giulio. - Sa che impressione ho avuto, scorrendo questi dati? Che siano un po', come dire, approssimati per eccesso. Rispetto al riepilogo dell'anno scorso avete incrementato la vostra attività lavorativa di almeno… Vogliamo dire il settanta per cento? - Beh, settanta mi sembra esagerato. - Anche a me. Vede, è proprio questo, il punto. Questa tabella mi ricorda un aneddoto raccontatomi da un mio insegnante. Pare che nella defunta e non compianta unione sovietica la produzione delle fabbriche di camion non venisse calcolata a unità ma a peso: tot tonnellate prodotte, tot risultato. Tot premi di produzione, promozioni, medaglie, insomma quello che erano. Il problema era che quando una fabbrica non riusciva a produrre abbastanza camion, si limitavano a farli più pesanti: un po' di ghisa sotto i pianali, spessori di acciaio doppi del necessario e la quota di produzione era salva. L'obiettivo fissato dai piani quinquennali era stato rispettato. Solo che quei camion appesantiti affondavano nel fango, o finivano in fondo ai laghi ghiacciati. Guttman si leva in piedi. Restituisce il fascio di fogli spiegazzati a giulio. - Prenderemo per buoni i dati dell'anno scorso. Anche quelli li aveva raccolti lei, in fondo. Ci limiteremo a non tener conto delle bizzarre anomalie del novantanove. Tutti d'accordo? Tutti d'accordo. La riunione è finita. Doverose strette di mano, riaccensione dei cellulari, chiusura di borse. De rege si sente spinto a fare un'ultima domanda. - Insomma, per la consulenza decentrata...? E fa un gesto orizzontale con le mani, tipo tabula rasa. L'uomo della grimm fa segno di sì con la testa, sorridendo. * * * Dove trovo un bagno? - domanda giulio, raccogliendo mestamente le copie della sua relazione che tutti hanno lasciato sul tavolo. Gottman è già uscito, confabulando sottobraccio con mele. Berti non gli risponde nemmeno. - Deve salire al settimo - ringhia l'argentoni, senza guardarlo in faccia. Di nuovo al settimo piano (sembra ormai una candid camera), giulio si guarda a destra e a sinistra in cerca di un cartello o di un segno sul muro che gli indichi dove sono i bagni. Percorre il corridoio a destra: niente. Si dirige a sinistra, passando davanti ai cubicoli in cui uomini in cravatta e donne molto giovani sono così immersi nelle loro attività da non trovare nemmeno il tempo di alzare la testa per guardarlo. Sull'ultima porta prima delle scale c'è appeso un cartello scritto a mano: BAGNI. Il telefonino sceglie quel momento per squillare. Dato che la suoneria è il motivo di je t'aime, moi non plus, tutte le teste visibili del piano si voltano verso la fonte del suono, come un campo di girasoli. Giulio schiaccia furente il pulsante di ricezione. - Chi parla? - Ehi, sono io. Cos'è, siamo nervosi? Giulio corre verso il vano delle scale, coprendo il telefono con la mano. - Gianni? Brutta testa di cazzo. Mi spieghi una volta per tutte come faccio a cambiare la suoneria? Ogni volta che suona mi guardano come se avessi la lebbra. - Non è facile spiegartelo al telefono. Domani quando torni te la sistemo. - Domani ti strozzo. - Va be'. Senti, parlando di cose serie, il direttore generale ti sta cercando da stamattina. Avevi il telefono staccato. - Ero in riunione. - Ti ha lasciato un messaggio in segreteria. - Sai che su questi nokia del cazzo non lo so come si attiva, la segreteria. Tutto il resto a furia di dai e dai l'ho capito, ma la segreteria no. - Comunque posso riferirtelo io. Ci sono dei problemi con internet. - Problemi con internet? - Esatto. Domani per prima cosa devi passare da lui. - Che cazzo c'entra internet con il legale? E poi domani avevo già preso ferie. - Ha detto domani. Sai com'è la nuova parola d'ordine: "per l'azienda non c'è né sabato né domenica." - Ma va'a cagare. Di' invece, che aria tira ai piani alti? - La solita. Oggi è arrivata un'altra lettera di dimissioni. - Spontanee o "spintanee"? - La seconda che hai detto. Conti, dell'amministrazione titoli. - Cos'è che ha fatto? - Niente. Che treno prendi per tornare? - Mangio un boccone e parto. - Non l'hanno bevuta, vero? Te l'avevo detto. - Ci vediamo, gianni. E quando ci vediamo ricordami che ti devo strozzare. Giulio chiude la comunicazione e rientra nel corridoio. Così può cogliere i rapidi movimenti con cui svariate teste curiose rientrano a scatto nei cubicoli. Spinge la porta del bagno. Entra in un antibagno pulito in modo incredibile, tirato a specchio. Nessun odore, neanche una goccia per terra. Attraverso una porta socchiusa si scorgono un bidet e un water, entrambi lustri e immacolati. Piastrelle rosa. Giulio è colto da un dubbio. Esce e studia da fuori la porta. Si guarda intorno, cercando se nei dintorni ci sia un'altra porta contrassegnata da un simbolo maschile. Niente in vista. Allora rientra, chiudendo per precauzione a chiave la porta dell'antibagno. Poi, appostatosi a gambe larghe davanti al water, dà controllatissimo sfogo a un getto di orina densa, ancor più gialla in paragone al candore virginale della ceramica. Il fiotto è lungo e teso, ma giulio è attento a non sgocciolare fuori. Voila. Quando ha finito flette le ginocchia per risciacquare l'uccello con l'acqua fredda del bidet, asciugandolo poi col fazzoletto di carta meno malandato che si trova in tasca. Indi si tira su la lampo ed esce cercando di fare meno rumore possibile nell'antibagno, dove si lava le mani e si ravvia i capelli con le dita, dato che il pettine è rimasto nella ventiquattrore. Gira piano la chiave nella toppa, infila la testa nel corridoio e quando ha la conferma che nessuno è in vista esce di soppiatto, muovendo verso l'ascensore. Berti gli si para davanti all'improvviso, uscendo come un pupazzo a molla da un ufficio dove tre donne in piedi fissano giulio con sguardi gelidi di disapprovazione, le braccia incrociate sul petto. - Quello è il bagno delle donne. Il nostro è al sesto - sibila berti. È allora che giulio ha la piena percezione della sua disgrazia. |
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