Chiara Zocchi

 
Sono nata il 25 marzo 1977. Nel 1996 ho pubblicato un romanzo intitolato Olga con la casa editrice Garzanti. Il libro ha vinto il premio “Fiuggi”, il premio “Rapallo” per opera prima e il premio “Costantino Pavan” ed è stato tradotto in nove lingue. Attualmente frequento il terzo anno della facoltà di Scienze della Comunicazione, a Lugano. Com’è nata la voglia di scrivere? Non penso che quando si parla di “scrivere” ci si possa riferire a una voglia. Infatti la voglia non è, secondo me, una cosa che nasce, ma una cosa che rinasce. Quando si ha voglia di qualcosa, significa che la si è già sperimentata. Che la vogliamo avere ancora perché l’abbiamo già avuta. Se un bambino ha voglia di un gelato, ad esempio, significa che almeno una volta, prima di allora, ne ha mangiato uno. Quindi quando “nasce una voglia” significa che rinasce una cosa che c’era già stata. Invece quando si scrive per la prima volta, lo si fa perché se ne ha bisogno. Il bisogno è qualcosa che si muove, dentro la nostra pancia. E che continua a muoversi e a farsi sentire fino a che, dopo diversi tentativi, per intuito, noi riusciamo a capire qual è l’unico modo per farlo uscire. E ogni volta che questo bisogno si riforma, noi sappiamo come fare. Io sono cresciuta in una farmacia. Nel posto in cui lavorano i miei genitori. E da sempre ho sentito parlare di malattie e di cure. Ho introiettato la logica medicina-cura. Così, quando ho sentito un “piccolo male” nella pancia, che in seguito ho chiamato sensibilità, ho cercato il modo per curarlo da sola. La logoterapia, cioè la terapia delle parole, mi ha fatto stare bene. E il mio libro, per me, non è diverso da ciò che vendono i miei genitori. Non ha una scatola con le indicazioni e le controindicazioni. Ma mi ha fatto stare bene. Tutti i libri sono delle medicine, ma nessuno può risalire alla loro composizione. Sono le prime medicine. Quelle che qualcuno, a bassa voce, chiamava magie. Cosa leggevo e cosa leggo? Tutto. Leggo le parole. La musica. Il silenzio. I rumori. Le immagini. La natura. L’odore dell’aria. Leggo sempre. Io vivo leggendo. Non posso fare a meno delle parole di Fernando Pessoa ma anche della voce di Carmen Consoli o di come Eric Satie toccava la musica o di un bambino che mi sorride senza pensare. Per quanto riguarda i libri, quando un libro mi piace, leggo tutti gli altri libri dello stesso autore. In questo modo mi sembra di diventare sua amica. E in parte è così. Così i miei migliori amici sono Pessoa, Molière, Moravia, Canetti, Alda Merini, Emily Dikinson, Marguerite Duras... e tanti altri. Nella mia piccola casa a Lugano io dormo con loro. Così non mi sento mai sola. Ho avuto un professore particolarmente attento alla letteratura contemporanea? No. Però ho conosciuto un professore che non era un mio professore e che forse per questo motivo ha saputo insegnarmi qualcosa. Infatti quello che i miei professori ci insegnavano mantenendo la dovuta distanza professionale, restava fuori da me. Appeso alla mia memoria come un vestito bagnato che non si asciugava mai e che io non potevo, quindi, indossare. Mentre il professore cui ho accennato prima, che si chiama Franco Maccagnini ma che io chiamo Mario, mi ha insegnato ad amare la letteratura. E per questo, io gli voglio regalare le mie parole.