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Nitrato d'argento


Regia:Ferreri Marco

Cast e credits:
Soggetto: Marco Ferreri; sceneggiatura: Marco Ferreri, Gianni Romoli, David Putorti; fotografia: Yorgos Arvanitis; montaggio: Dominique B. Martin; costumi: Claire Fraissè; suono: Pierre Excoffier-Leroux; interpreti: laia Forte, Luciana De Falco, Sabrina La Loggia, Eric Berger, Mare Berman; produzione: Tilde Corsi e Maurice Bernardt, per Audi Film/Salomè/A.S.P/Rai; distribuzione: Mikado; origine: Italia - Francia, 1996; durata: 88'.

Trama: Il film ripercorre la storia e l'evoluzione (sia tecnica che artistica) della settima arte. Nel racconto di alternano sequenze di repertorio con altre recitate da attori professionisti e non. Ne risulta una pellicola a tratti amena (Vittorio De Sica deciso a far piangere a qualunque costo il bambino Enzo Stajola in "Ladri di biciclette "), talvolta suggestiva (la scena in cui un gruppo di cinefili " impone " il cinema a chi lo rifiuta, proiettando sugli avventori di una pizzeria il volto incantevole della Bergman di "Stromboli ").

Critica (1):Dal golfo di Napoli alla tundra ungherese, dalle sale statunitensi a quelle argentine, da Parigi a Berlino, il cinema prende a pretesto la proiezione di un film per fare società. Anzi, meglio, per fare popolo. Magari, per dare corpo ai suoi sogni? Assolutamente no. Se c'è una cosa di cui il cinema è del tutto incapace, ebbene è proprio questo, sognare e far sognare. E, ancora, se c'è una cosa che il cinema non sa affatto rappresentare, ebbene questa cosa è l'ordine costituito, l'istituzione. Marco Ferreri, con l'anarchia della celluloide, polverizza anni di studi e di ponderate riflessioni, spiattellando beffardo che il cinema ignora Freud e l'interpretazione dei sogni, e poi che il cinema in fondo non è per niente un linguaggio, e non si appoggia quindi su alcuna istituzione o codice o norma. Il cinema è lo spazio dove si dorme, si scopa, si partorisce, si cerca scampo, si urla, si muore, si trova rifugio, si canta, si piscia e si discute. Se di illusione si tratta, è comunque un'illusione elementare, fatta di orina, di sperma, di saliva, di sudore, di sangue, di acque, di fiato e di lacrime, gli elementi primari di bisogni primari. In due parole, al cinema si fa quello che si farebbe a casa. Il cinema dell'anarchico Ferreri infatti, è un cinema-casa che, naturalmente, si oppone a quella sorta di audiovisivo elettronico, "ad usum terziaria", formato monitor, che è l'attuale cinema-in-casa. Ferreri va fino in fondo, e deride l'estetica di moda, ossia l'estetica del frammento. Sullo schermo passano sequenze di film, di film vari e vaghi, che non sono affatto dei "pezzi", e non trasmettono per niente l'idea del montaggio, intellettuale delirante classico o casuale che possa essere. Le immagini, infatti, si fanno vedere a tutto schermo, oppure sullo sfondo della sala, o sopra le teste degli spettatori, o magari fuori scena perché spesso la cinepresa di Ferreri si sposta ai gabinetti (curati e con un rubinetto di acqua calda, per tutti) o nell'androne assiepato o sul marciapiede all'esterno. Non si tratta, allora, di frammenti o schegge, frutto dell'ossessione definita e conclusa del montaggio, pezzi audiovisivi che staccano e si riattaccano continuamente fra di loro, nel trionfo assoluto, appunto, della giuntura e dello stacco. Le sequenze di Ferreri sembrano, piuttosto, sequenze indefinite, bagni di sensazioni e di immaginazioni di cui si faticherebbe a collocare bordi e contorni.
In questo senso, Nitrato d'argento insieme al grande pessimismo storico e cosmico che fu La voce della luna, è un film sorprendentemente "leopardiano". Di fronte alla "cattura" che il frammento esercita sull'immagine, nel senso che ogni frammento, per definizione, racchiude in se il totale immaginario da cui proviene, Ferreri sembra ignorare il prelievo e l'esperimento. Nel film non ci sono "operazioni", metalinguistiche o chirurgiche: ci sono certo, le mille proiezioni ma manca il meccanismo della proiezione, ci sono le immagini ma è assente il dispositivo dell'immaginario; ci sono gli effetti del cinema ma mai si dà il cinema come effetto. Non si investe, sul cinema, più di tanto. Più di quello che effettivamente è stato, uno spazio pubblico dove pagando un biglietto, si poteva abitare la vita, dormire, andare in bagno, fare l'amore, morire (evitando, sottolinea Ferreri, le sordide stanze di qualche albergaccio). Certo, rimane vivissimo il senso, appunto leopardiano, della "ricordanza", il cinema com'era e non è più: infatti, come dice il poeta, "il presente, qual ch'egli sia, non può esser poetico, e il poetico si trova sempre consistere nel lontano, nell'indefinito, nel vago" (Recanati, 14/12/1828). Il paradosso, dunque, riguarda questo cinema così "lontano", eppure talmente presente e vivo che ci si può fare uno shampoo, mangiucchiare, grattarsi il naso, spiccare un salto. Si tratta, dunque, di una visione anarchica e individualista, assolutamente fuori sintonia con i tempi che esigono invece visioni comuni, collettive, filistee o corsare non importa più, ma certo sintonizzate appunto con un'idea di repertorio, o archivio, che Ferreri rifiuta da subito, "Non è repertorio, sono sequenze, momenti che scelgo". Che è l'esatto contrario dell'immaginario contemporaneo per cui "Tutto è repertorio, sono frammenti, pezzi che si scelgono da soli". Nitrato è così leopardiano e anarchico che, innanzitutto, nella sala, mette il popolo e toglie gli spettatori, ossia "ricorda", con nitida vaghezza, quella casa del popolo che deve esser stato il cinema in cui, al limite, si poteva anche guardare un film. E poi ficca dentro una certa intelligenza e cancella i critici, ossia mostra persone comuni che discutono e ragionano, magari si perdono ma certo lontanissime dal critico tipo contemporaneo, ormai ridotto a mero opinionista, preoccupato solo di riecheggiare le formule e le opinioni che la visione scodinzola in lui. Nitrato è inoltre così ribelle e individualista cioè così "classico", da assumere come cornice narrativa una delle suggestioni leopardiane più estreme, quella delle mummie che parlano nel laboratorio di Federico Ruysch. Le mummie sono raffigurate dai manichini che, afflosciati in poltrona, aprono e chiudono il film. Tutto il Nitrato che sta in mezzo è allora un sogno spremuto fuori dalla testa dei fantocci, il cine-popolo ormai morto che ha la possibilità, per i 90 minuti del film, di ricordare/sognare la vita-cinema di un tempo. Allo stesso modo delle mummie di Leopardi, le quali, in un dato momento di un dato giorno, si svegliano improvvisamente e tornano col pensiero alla passata esistenza che pare loro, adesso, "cosa arcana e stupenda".
Flavio De Bernardinis, Segno cinema n. 81, settembre/ottobre 1996

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