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Accordi e disaccordi - Sweet And Lowdown

Regia:Woody Allen
Vietato:No
Video:Cecchi Gori
DVD:Cecchi Gori
Genere:Drammatico
Tipologia:La musica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Woody Allen
Sceneggiatura:Woody Allen
Fotografia:Zaho Fei
Musiche:Dick Hyman
Montaggio:Alisa Lepselter
Scenografia:Santo Loquasto
Costumi:Laura Cunningham
Effetti:Industrial Light & Magic, John Ottesen, Ron Ottesen
Interpreti:Sean Penn (Emmet Ray), Samantha Morton (Hattie), Uma Thurman (Blanche), Anthony La Paglia (Al Torrio), Woody Allen (se stesso), Gretchen Mol (Ellie), Christopher Bauer (Ace), Carole Bayeux (Rita), Michael Bolus (Lynch), Tony Darrow (Ben), Ben Duncan (se stesso), Brad Garrett (Joe Bedloe), Fred Goehner (William Weston), Vincent Guastaferro (Sid Bishop), Katie Hamill (Mary), Nat Hentoff (se stesso), Mark Damon Johnson (Omer), Ron C. Jones (Alvin), Brian Markinson (Bill Shields), Douglas McGrath (se stesso), Dick Monday (Chester Weems), Dan Moran (Boss), Denis O'Hare (Jake), Daniel Okrent (A.J. Pickman), Kellie Overbey (Iris), Lola Pashalinsi (amica di Blanche), Sally Placksin (Sally Jillian), Molly Price (Ann), Darryl Alan Reed (Don), Alfred Sauchelli Jr. (Ned), Carolyn Saxon (Phyllis), Constance Schulman (Hazel), Michael Sprague (Django Reinhardt), Dennis Stein (Dick Ruth), Mary Stout (Felicity Thompson), James Urbaniak (Harry), Kaili Vernoff (Gracie), John Waters (Mr. Haynes), Carol Woods (Helen Minton)
Produzione:Jean Doumanian Productions
Distribuzione:Cecchi Gori
Origine:Usa
Anno:1999
Durata:

95’

Trama:

Alcuni intervistati (c'è lo stesso Woody Allen, e poi, tra gli altri, un critico e uno storico di musica jazz) cercano, ciascuno attraverso fonti diverse, di ricostruire la vita di Emmet Ray, chitarrista jazz degli anni '30. Di costui si sa che conduceva un'esistenza disordinata ma che veniva considerato il secondo miglior chitarrista del mondo, dopo Django Reinhardt. Per arrotondare i magri cachet professionali, Emmet faceva il protettore di alcune prostitute e, all'occorrenza, alleggeriva somme qua e là. Di carattere imprevedibile, diceva di sentirsi bene solo quando suonava e, al di fuori, girava con la pistola, sparava nelle discariche ai topi e andava a veder passare i treni. Tipo estroso e scontroso, Emmet un giorno incontra Hattie, ragazza muta che lavora in una lavanderia e subito gli si affeziona, attratta dalla sua fantasiosa personalità. In seguito Emmet va con altre donne, ma Hattie rimane con lui e lo segue fino ad Hollywood, dove lei ottiene una piccola parte in un film d'avventura. Ingelositosi, Emmet si fa attrarre da Blanche, una perfida snob, che lo sposa ma ben presto lo lascia. Emmette torna allora da Hattie, che nel frattempo ha ripreso il lavoro nella lavanderia, si è sposata ed ha un bambino. Confuso e indeciso, Emmett prende una ragazza in un locale e si getta in macchina nella notte. La ragazza si ribella, lui scende, prende la chitarra, la rompe in mille pezzi. E qui finiscono le notizie su Emmett Ray.

Critica 1:La favola jazz di Woody Allen, ispirata al pittoresco mondo del jazz degli anni ’30, è una biografia immaginaria che ha per protagonista questo Emmet Ray (Sean Penn), un chitarrista ossessionato dal successo che non riuscì a raggiungere totalmente, anche a causa di una figura rocambolesca come quella di Django Reinhardt (grande chitarrista gitano).
Gran bevitore, schiavo del biliardo, passa le ore che non dedica al jazz sparando ai topi nelle discariche oppure a coltivare anomale passioni come guardare i treni che passano.
Allen è il solito acuto osservatore e geniale ricercatore di uomini e cose che si barcamenano sopra questo strano mondo, di vite d’artista, pazzi e criminali, direbbe Osvaldo Soriano, spiriti melanconici votati eternamente alla musica, al mistero dell’arte, alla sregolatezza del vivere parallelo. Ambientata nei locali tipici dello swing, popolati di ogni genere di umanità (dai loschi figuri alle amanti focose) con brandelli di esperienze d’amore (la strana relazione di Emmet con la taciturna lavandaia Hattie interpretata da Samanta Morton), la fiaba di Allen è un leggero stordimento che conquista anche per le deliziose musiche, una sorta di antologia da collezione dei classici degli anni ’30.
Autore critica:Gianluca Mattei
Fonte criticacentraldocinema.it
Data critica:



Critica 2:Subito dopo la proiezione di quesi film fuori concorso, a Venezia 1999, qualcuno – interrogato sull'esistenza o meno del musicista protagonista della storia, mai sentito nominare – lasciava cadere sentenze non proprio certissime ma rassicuranti: sì, c'è stato un chitarrista di questo nome, non proprio famosissimo ma bravo, un epigono di Djang Reinhardt. Riservandosi, a casa, di consultare lessici ed enciclopedie del jazz.
Facile, ora, dire che Emmet Ray non mai esistito, che è un personaggio fantasia. Di fronte a persone che si presentano sullo schermo con nome e cognome e tutte le credenziali per testimoniare di tale esistenza (è gente del mestiere – e lo stesso Woody Allen: tutti sappiamo che di jazz se ne intende) difficile credere a svolazzi della fantasia. Anche perché il tono è seriosissimo, almeno tre su cinque di tali testimoni esistono davvero (Himself!): Nat Hentoff giornalista e critico di jazz, Ben Duncan D.J. e Douglas McGrath film maker appassionato di jazz (inoltre alcuni strumentisti interpretano se stessi durante le esecuzioni musicali).
Siamo dunque di fronte ad un fake documentary. Certo, Woody Allen ci h abituato a questi labirinti dove finzione e verità si incrociano, e non per niente appare di persona, anche se affida il personaggio del protagonista a Sean Penn, sempre più bravo, stupendamente nella parte con le sue eleganze da "paìno" (qualunque abito indossi, da passeggio o da sera, in campagna o in città, ha sempre le scarpe bianche da finto raffinato), il suo ciuffo da bullo, i baffetti assassini, lo sguardo un po' da folle. Non tanto giusto doveva essere, questo Emmet, se aveva il gusto di sparare ai topi nelle discariche e si divertiva a vede passare i treni, senza dire delle fissazioni come quella di partecipare ad un esibizione scendendo sul palco dall'alto a cavalcioni di una luna rilucente. Uno dei tanti episodi disastrosi di cui è punteggiata la sua vita. (…)
Per quanto riguarda l'epoca Allen non mette paletti cronologici, ma in un episodio (quello dalle tre versioni) si intravvede un giornale con un titolo sulla presenza dei nazi fra i Cechi (dunque saremmo nel 1939), anche se la moglie di Emmet e il suo ganzo escono da un ci nematografo in cui si proietta Forsaking All Others, un mélo con Clark Gable eJoan Crawford diretto nel 1934 da W.S. Van Dyke (in Italia noto – titolo casual-mente adattissimo alla circostanza – co-me La donna è mobile).
(…) Del resto anche Allen confessa i suoi dubbi, o meglio si affida ad un "presu-mibile" che ha diverse sfaccettature. Ve-di per esempio l'episodio della reazione di Emmet al tradimento della moglie con Al Torrio, il guardaspalle del gang-ster, raccontato in tre modi diversi da tre diversi "depositari della verità", il che è anche un modo di prendere per i fondelli le certezze della Storia. Nel pri-mo Emmet si nasconde nell'automobile in cui Al Torrio porta a spasso Blanche, la moglie fedifraga. Emmet, armato, è incerto se sparare a lui o a lei; ma i due amanti si fermano per entrare in un emporio senza sapere che alcuni banditi vi stanno compiendo una rapina. Nella loro fuga, i rapinatori adoperano l'auto in cui si trova Emmet e vengono inse-guiti dalla polizia, che li fredda. Emmet si "arrende” alle forze dell'ordine. Nella seconda versione Emmet, nascosto in auto, affronta i due amanti, pistola alla mano, ma lo scoppio di una gomma del veicolo fa precipitare la situazione nel senso che i due fuggono e Emmet resta solo e scornato. Nella terza versione è Al Torrio a compiere la rapina nell'em-porio, ma nella fuga la sua automobile (in cui è sempre nascosto Emmet) si scontra con un altro veicolo carico di musicisti jazz, fra i quali c'è Django Reinhardt. E Emmet, puntualmente, sviene alla sua presenza. La convinzio-ne di Emmet di essere il "secondo" chi-tarrista al mondo dopo Reinhardt, infat-ti, è il tormentone che percorre tutto il film; e tutte le testimonianze concorda-no sul fatto che quando Emmet incontra Django non resiste all'emozione e perde i sensi.
Parentesi. Chi è Django Reinhardt. Nato a Liverchies (Belgio) il 23 gennaio 1910, morto il 15 maggio 1953 a Fontai-nebleau, veniva da una famiglia di zin-gari. Suonatore di diversi strumenti, era passato al jazz e si era imposto co-me il miglior chitarrista attivo in Fran-cia, nonostante un incidente gli avesse parzialmente paralizzato la mano sini-stra. Formò il Quintette du Hot Club de France (violino, tre chitarre, contrab-basso). Nella sua musica è presente sempre l'influenza rapsodica delle origi-ni. Capriccioso ed egocentrico, partecipò ad alcuni film, fra cui La fleur de l'age (1947) di Marcel Carné e La fille da bonheur/Saluti e baci (1952, di M. La-bro e G. Simonelli, coproduzione italo-francese). Suoi brani di repertorio furo-no utilizzati in diverse atre pellicole, fra cui Cognome e nome: Lacombe Lu-cien (1974, di Malle) e Alex e la zingara (1976, di John Korty). Nota interessan-te: in To Woody Allen, from Europe with Love girato da André Delvaux nel 1980, per la serie di ritratti di cineasti per la tv, è presente Woody Allen che suona al clarinetto brani originali di Django Reinhardt.
Riprendiamo il discorso su Accordi e disaccordi. Titolo assai generico, fra l'al-tro: quello originale riprende il titolo di in musical del 1944, Sweet and Low Down diretto da Archie Mayo per la Fox. Che probabilmente Allen ama, in quanto mescola realtà e fantasia nel raccontare la storia di un immaginario trombonista che suona nella Big Band li Benny Goodman (il quale si esibisce, oltre che nel suo solito repertorio, in un quintetto per clarinetto e archi di Mo-zart). Il film di Mayo prende nome da una canzone con musica di James V. Monaco, formidabile personaggio que-st'ultimo (1885-1945, nativo di Genova) soprannominato "Ragtime Jimmy" per-ché era il tipico pianista (erano chiama-i barroom professors) che si esibiva da costa a costa. Esiste anche un musical teatrale di Harry Warren – tanto per completare il gossip musicale – che si intitola semplicemente Sweet And Low, rappresentato da Fanny Brice a Broadway nel 1930.
La pellicola di Allen, dunque, è accet-abile anche per il fatto che tutto vi ap-pare molto plausibile. In attesa di gira-re finalmente il film sul jazz cui pensa da tanto tempo (sui fasti di questo tipo di musica e sui suoi idoleggiati alfieri), Woody Allen ci immerge in atmosfere jazz assolutamente credibili perché rico-struite con scrupolo e soprattutto con timore. Il suo Emmet ci ricorda senza sforzo numerosi personaggi e numerose storie di jazzisti famosi, con il suo ego mostruoso e dominato allo stesso tempo dalle incertezze e dalle nevrosi, dunque intimamente fragile. Con la sua manc-anza assoluta di senso pratico (non è capace di rispettare orari ed impegni, pretende un automobile costosissima quando non ha né scritture né rispar-ni), con la sua generosità come forma anch'essa della mania di grandezza, con il codazzo di donne sempre tenute a ba-da dalla volontà, ma capace di autodi-struggersi quando è ripagato della stes-a moneta. E con i lati cialtroneschi di in'esistenza irregolare, come i piccoli furti e lo sfruttamento della prostituzio-ie. Se i primi innescano una delle più belle battute del film («Pare che una volta rubasse una sveglia a Hoagy Car-michael, che a causa del furto non si svegliò in tempo e mancò un concerto importante»), sappiamo che il secondo "vizietto" era davvero esercitato da arti-sti di New Orleans come il trombettista Buddy Bolden e il pianista "Jelly Roll" Morton.
Il gioco delle verosimiglianze si com-plica quando vediamo che certi attori del film, interpreti di hobos e di jazzisti minori, hanno nomi (i loro nomi veri, in-tendo) come Vincent Guastaferro, Drummond Erskine, Joe Ambrose, Jo-seph Rigano, Dick Mingolone...
Insomma siamo sull'onda di Zelig, ma con tutte le cose (comprese i tics) che lo contraddistinguono in tutti i suoi film, da Prendi i soldi e scappa per la triplice vicenda della goffa rapina all'emporio a Pallottole su Broadway per la connes-sione fra spettacolo e gangsterismo, da Broadway Danny Rose per lo strano mondo degli artisti (ivi compresi i dilet-tanti di provincia come il suonatore di sega, quello di cucchiai, l'imitatore degli uccelli) a Celebrity per le eccentricità e i disordini della gente di spettacolo. Ma ancora e sempre, con quella regolarità che è diventata una sua caratteristica e che sposa il talento dell'artista alla pun-tualità del ragioniere, Allen si rinnova continuamente, nella sua continuità. Anche per il ricorso ai collaboratori: ac-canto a quelli ampiamente collaudati come lo scenografo Santo Loquasto, ab-biamo stavolta, per esempio, un diretto-re della fotografia inedito, il cinese Zhao Fei, quello di Lanterne rosse e dei film di Chen Kaige.
Quanto agli interpreti, spicca dopo Sean Penn la piccola, tenera e saporosa Samantha Morton nel ruolo della lavan-daia muta – tra una Gelsomina più filo-sofa e una Cabiria meno patetica. L'at-trice si è fatta conoscere in questa ulti-ma stagione in Under the Skin e in Je-sus' Son, e per Allen si dimostra capace di una formidabile e leggiadrissima mi-mica, appena appena un increspare del-la bocca, un lampeggiar malizioso di sguardi. Una "ingenua" molto singolare, con quel suol buttarsi a tuffo su Emmet, quando è lui che crede di averla rimor-chiata («Non si può dire che ti fai prega-re troppo», commenta lui) e la sua capa-cità di rifarsi, dopo l'abbandono di lui, sposando un altro e mettendo al mondo dei figli.
Tra i collaboratori abituali c'è Dick Hyman, il responsabile delle musiche. Un ottimo lavoro di taglia-e-cuci il suo (ma anche di composizioni originali) at-traverso un repertorio che annovera al-cuni hits di Django Reinhardt (fra cui un brano preso da Liszt, il Sogno d'amo-re) e diversi motivi eseguiti da Emmet (doppiato da Howard Allen alla chitar-ra; lo stesso Hyman suona il pianofor-te). Con diverse formazioni: con un Trio (due chitarre e un contrabbasso), un Hot Quintet (due chitarre, clarino, con-trabbasso, batteria), complessi più va-sti, nonché interventi con la chitarra so-la (come l'esecuzione che incanta Hat-tie, Parlez-moi d'amour, e quella finale di Sweet Sue, Just You). Senza dire delle vigorose jam sessions notturne con gli amici musicisti di colore.
Fra l'altro lo stile di Emmet si avvici-na a quello di Django, specialmente nel-le fiorettature virtuosistiche con cui adorna il melodismo dei brani romanti-ci, in una specie di "commento" che sen-za rinnegare il sentimento lo mette co-me fra parentesi.
È dopotutto l'atteggiamento generale di questo regista. Che non rinuncia mai alla sua natura di umorista nato. Ne fanno fede battute e situazioni da anto-ogia. Giusto a futura memoria: quando Emmet draga le ragazze con l'amico Bill, al quale tocca in sorte la stangona faconda, mentre lui si spupazza la pic-coletta muta: «Oggi è il mio giorno libe-ro, voglio una donna parlante... Ho bec-cato invece una muta, orfana e toccata. Ho fatto centro»; e quando colei che di-venterà sua moglie, portata a veder pas-sare i treni, esalta la potenza della loco-motiva ed eleva un peana ai pistoni che pompano, Emmet chiosa: «Sembra che tu voglia andare a letto col treno». Dan-do così una bottarella alla psicanalisi, e in generale canzonando volentieri di-verse situazioni, oltre che facendo ricor-so al puro slapstick (come quando Hat-tie, ad Hollywood, si innamora del pri-mattore e, in trance, rompe un cristallo portato sul set dai property men; o come quando Emmet, per rifuggire dalla sup-posta presenza di Django, precipita in un covo di falsari, intascando un muc-chio di biglietti di banca). E così vedia-mo sbertucciare le donne dell'opium party che fumano in bocchini lunghissi-mi; il regista di Hollywood che gira – con stivali e frustino – un'improbabile avventura esotica intitolata The Tumb of Mummy; l'intellettuale da strapazzo (Uma Thurman) che va in giro con in-credibili vestiti con le code da frac o con kimoni ricamati all'orientale, scrive una biografia di Emmet dal titolo Il suona-tore suonato e vuol sapere ad ogni costo cosa prova il sottopancia del gangster quando preme il grilletto della sua pi-stola.
Mescolanza dei generi, confusione dei toni. Non si tratta, evidentemente, di debolezza del principio costruttivo, ma di quella che una esegeta dello scrittore danese Jens Peter Jacobsen chiama, ri-ferendosi allo stile di questi, «d'imprevi-sto, l'immotivato, l'inspiegabile e irripe-tibile» tramite «l'invenzione di perso-naggi singolari e di vicende improbabili e ambigue, fatte di materiali eteroge-nei». Si parla di uno scrittore dell'Otto-cento, ma il discorso si attaglia benissi-mo al regista del Duemila, visto che an-ch’egli compie una utilizzazione del «più profondo movente del "moderno": la co-siddetta "perdita del centro". Scissione degli elementi tradizionalmente connes-si, sovversione del principio gerarchico, autonomia del frammento, attrazione verso il marginale, interesse per il caos».
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n. 396
Data critica:

7/2000

Critica 3:
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Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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