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A tempo pieno - Emploi du temps (L')

Regia:Laurent Cantet
Vietato:No
Video:Elle U
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Il lavoro
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Laurent Cantet
Sceneggiatura:Laurent Cantet
Fotografia:Pierre Milon
Musiche:Jocelyn Pook
Montaggio:Robin Campillo
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Aurélien Recoing, Karin Viard, Serge Livrozet
Produzione:Haut et Court, Arte France Cinema, Rhône-Alpes Cinema, Havas Images
Distribuzione:Mikado
Origine:Francia
Anno:2001
Durata:

133'

Trama:

Un uomo, dirigente d'azienda, perde il lavoro. Non si sente, non ha il coraggio o la voglia di dirlo ai famigliari e agli amici. Osserva gli orari di prima, rispetta l'apparenza di una vita che non ha più: nel tempo inoccupato dorme in automobile, mangia male, abusa del telefonino, girella nei parchi o lungo i fiumi, s'intristisce nell'ozio e nell'ansia, affonda in un mare di menzogne alla fine insopportabile. (...) Il protagonista senza più lavoro deve procurarsi i soldi per garantire alla famiglia il livello di vita abituale: organizza una piccola rete di falsi investimenti del denaro di conoscenti e poi se ne pente, si associa a un truffatore dell'importazione clandestina dai Paesi dell'Est europeo, racconta balle, a un certo punto le sue bugie non reggono più. Con l'aiuto del padre, trova un nuovo lavoro.

Critica 1:Al di là dell'aneddoto, il bel film diventa l'analisi di un'esistenza: l'uomo né brutto né bello, anonimo e insieme ricco di personalità, profondamente sincero mentre recita le sue bugie, è logorato dal lavoro eppure incapace di avere identità senza il lavoro. Dopo mesi di tensione (e anche di riposo: ozio, ore vuote, mancanza di regole e di competizione), quando si presenta al nuovo impiego non prova alcun sollievo. Smarrimento e desolazione non si cancellano. Dentro di lui, così attento a mostrarsi buon dirigente, buon padre, buon marito, buon guidatore, buon componente della società, esiste un immenso desiderio di libertà che gli permette di sopravvivere. I rapporti del protagonista con il lavoro, con la solitudine, con i propri figli e i propri genitori, sono illustrati nel film attraverso una sottigliezza, accuratezza e originalità alle quali dà un grande contributo l'interpretazione eccellente di Aurélien Recoing, attore di teatro meno noto al cinema. Nel mondo contemporaneo disoccupazione e sottoccupazione sono incubi quotidiani, e può sembrare singolare l'analisi di un disagio insito nel lavoro parolaio, inappagante: ma "A tempo pieno" rappresenta anche una lezione importante d'intelligenza umana.
Autore critica:Lietta Tornabuoni
Fonte criticaLa Stampa
Data critica:

19/10/2001

Critica 2:In uno dei Quarantanove Racconti di Ernest Hemingway due camerieri, uno giovane e l'altro vecchio, immersi nella cupa atmosfera di un locale hard boiled, sono animati da una discussione sui massimi sistemi della vita, di quelle che si consumano sui banconi dei bar di tutto il mondo. Il cameriere più anziano si lamenta, si lamenta di qualcosa che non ha, mentre il giovane spavaldo lo rintuzza ricordandogli che non gli manca niente, che ha avuto tutto dalla vita, raggelato dalla risposta tagliente e secca dell'amico: “Mi manca tutto, tranne il lavoro”. Lo scriveva Hemingway nel 1938, lo riprende oggi Laurent Cantet con il film A tempo pieno, premiato a Venezia con il Leone dell'anno, il neonato Award istituito per la prima volta quest'anno da Barbera. Cantet, quindi, disegna un tratto in più nella riflessione sulla condizione esistenziale dell'uomo occidentale vestendo il tema della fuga dalla realtà, dal gioco delle costrizioni economiche e sociali nel nuovo mondo della new economy, sul corpo stanco e flaccido di un quarantenne, Vincent, che approfittando di un licenziamento, forse indotto, scende i gradini verso l'inferno dell'ambiguità tra desiderio di fuga e mantenimento dei privilegi sociali che la condizione borghese garantisce. Vincent inscena una doppia vita, quella ufficiale e finta che lo vede alto funzionario dell'0nu in stanza a Ginevra, e quella vera e tremenda, di un uomo che si confonde con la vita dei bassifondi e del traffico illecito di marche falsificate. Efficacemente tenuto sul bilico di questo abisso A tempo pieno trasforma il fatto di cronaca nera, la vera stoffa di Romand che fa strage della famiglia allorquando questa scopre la menzogna un cui l'ha tenuta, in una parabola sulla deriva autodistruttiva di un uomo che tenta la fuga da una realtà che non gli piace. Laurent Cantet sposta la sua osservazione dal contesto sociologico del mondo lavorativo, affrontato con il precedente Risorse Umane, a quello psicologico, più delicato e intimista, senza soluzione di continuità, tirando un filo che lega le vicende di Frank, il protagonista in lotta sindacale di Risorse Umane, a quelle di Vincent. Sarebbe quindi un errore considerare quest'ultima prova come un tassello in più nel filone del cinema politico-sindacale francese, come considerare Cantet il Ken Loach transalpino, anche se le cose che più convincono sono proprio quelle lasciate sullo sfondo: l'ingordigia di piccoli borghesi benestanti che tentano la fortuna investendo i risparmi di una vita in operazioni di mercato al limite della legalità, quelle che imbastisce Vincent per alimentare la sua schizofrenia, come il mondo fosco del traffico illegale di orologi e penne “taroccate”. Ombre che attraversano la strada di questa vittima letta dal mercato globalizzato la cui doppia vita viene strozzata da un efferato doppio finale.
Autore critica:Dario Zonta
Fonte critica: l'Unità
Data critica:

18/10/2001

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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